Un tuffo nei monasteri femminili gravinesi nell’età moderna

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Un tuffo nei monasteri femminili gravinesi nell’età moderna

Città e territorio
La realtà monastica femminile gravinese presenta un panorama claustrale abbastanza vivace ed articolato. I monasteri avevano stretti rapporti con alcune famiglie ed ambienti della città e spesso nascevano contrasti giurisdizionali come è accaduto al monastero di Santa Sofia dove la famiglia Orsini rivendicava a sé il diritto di giuripatronato.
Non si può omettere di ricordare come per tutti e tre monasteri femminili Santa Sofia, Santa Maria, Santa Teresa non sono mancate le frequenti inosservanze alle regole monastiche e, proprio a cagione di ciò, furono dettate da parte dei vescovi visitatori continue disposizioni e norme, affinché venisse ristabilito l'ordine.
Le maggiori ammonizioni dei vescovi sembra siano fatte soprattutto sul voto di " povertà". Infatti, così diceva il vescovo De Caveleris nel 1705 rivolgendosi al monastero di Santa Maria "la Santa Povertà è il migliore capitale delle Religiose spose di GIESU CHRISTO…. Pertanto, avendo..intejo alcune novità in questo monastero…ordiniamo che non sia lecito per l'avvenire il pigliarsi in denari, ò in altra robba". Tale situazione fu riscontrata da monsignor Orsini nel 1714, nel monastero di Santa Sofia e da monsignor Lucino, nel 1721, nel monastero di Santa Teresa. Pur se nei tre monasteri non ci sono state dissolutezze morali molto gravi, tuttavia la disciplina non è certo esemplare, la vita spirituale appare superficiale, mentre per contro, la difesa dei privilegi, l'ambizione, prevalgono tra le mura claustrali. Il vescovo Lucino rinveniva nel monastero di Santa Teresa, nel 1721, diversi disordini, come quello relativo al fatto che le monache accedevano spesso alle grate, parlando con i parenti delle cose più futili e soprattutto riferendo tutto quello che accadeva nel monastero provocando "uno scandalo nella città". Per tal motivo il vescovo intimò che fosse ristabilito l'ordine e che le monache potessero avvicinarsi alle grate solo quattro volte all'anno.
Gli ordini monastici vedono il proprio ideale centrato sul contatto diretto con Dio, questo voleva dire applicarsi prima di tutto alla preghiera interiore, all'ufficio corale nei suoi momenti notturni e diurni, alla preghiera vocale, alla lettura spirituale quotidiana ed allo studio. Nell'impostazione pratica i regolari dovevano tutto subordinare all'esercizio della preghiera ed al canto liturgico. Ciò spiega i continui richiami dei vescovi della diocesi di Gravina alla disciplina corale, affinché si avesse cura che la salmodia risuonasse sempre con la stessa melodia, che ogni monaca pronunciasse con solerzia le parole, poiché sovente avveniva che le pronunciasse per metà a tal punto che sembrava le divorassero,che "avessero modestia nel sedere, genuflettere e star impiedi, per le inclinazioni a tempo."
Otre a queste ammonizioni e moltissime altre uno sguardo va dato anche agli atti dei possedimenti dei monasteri femminili gravinesi. Essi infatti, detenevano un gran numero di immobili urbani e rurali che, nei corsi degli anni aumentavano con lasciti e donazioni che permetteva alle monache di vivere agiatamente. Le maggiori entrate derivavano soprattutto dalle doti delle monache. Il sistema dotale rivoluzionò e rese difficile gli equilibri interni dei monasteri, soprattutto quando tra il 1586 ed il 1615, per la crisi economica generale che coinvolgerà la proprietà immobiliare e di redditi da essa derivanti, la dote ed il vitalizio rappresenteranno, l'unica possibilità di sopravvivenza dei monasteri. Per evitare disordini nei monasteri di Gravina il vitalizio corrispondeva a 24 ducati l'anno, affinché si evitassero sensi di inferiorità o superiorità tra le monache. Oltre alle doti monastiche non sono mancate le donazioni da parte dei signorotti e della stessa duchessa Giovanna della Tolfa Orsini al monastero di Santa Maria da lei stessa eretto.
Ultimo aspetto da evidenziare è che il monastero di Santa Sofia rispetto agli altri due monasteri femminili deteneva un maggior numero di fanciulle appartenenti a famiglie nobili e ricche.

Tratto dalla Tesi di Laurea in Storia della Puglia "Città e Monasteri a Gravina in Età Moderna"
della prof.ssa Nunzia Tarantino .
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