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Piaggio

Politica e cultura

Gravina in Puglia Scorcio del Rione Piaggio

Quel che chiamiamo Piaggo
è un poema in segni seducenti
e tristi di un'antica bellezza
offesa dalla decadenza
dell'umanità, dall'inquietutudine
e dalle debolezze dell'anima.

... il vaso da notte che
la Gravina - bene tien
coperto per contenere
il suo lezzo.

Un crocevia di squallore
e povertà dove si vive di
fave e cicorielle, e ogni
tanto di pane.


Il Piaggio è una scellerata realtà, una grande famiglia che riconosce i suoi figli e i loro destini dai gemiti del dolore, dalla consuetudine dei profumi dei pasti, dai rumori dei mestieri, dai silenzi della fame, dai singhiozzi delle delusioni. Un'unica grande famiglia che partecipa delle debolezze altrui, si rende complice dei misfatti e si rassegna alla miseria.
S'intrecciano nell'opera storie di vita di Gesèpp,
Jangelìn, Mariè, Annìn, Carmèlìn, Carluccio, brevi, scarne, così come breve e scarna è l'Esistenza: il Tempo è soltanto la somma di tante vite: la Morte, ricorrente, sembra essere una liberazione e a volte una punizione per chi decide di riscattarsi dal Piaggio con onesto e instancabile lavoro; il Giorno il ritorno delle privazioni, la Notte un misericordioso manto che copre e fa riposare gli affanni della povertà.
Le chianche, i comignoli, le acque della "fonda grava", gli usignoli, gli sterchi, i cenci penzoloni, che all'alba annunciano l'ingravescente giornata e al roseo tramonto sembrano voler lenire la pena, sono le vesti della magnifica Gravina che si modella nelle forme di vita e si struttura come essere vivente per parlarci di antica bellezza, di speranze e di sogni, di ignoranza, di abbandono e di sporcizia.
II pensiero dei piaggiari sembra non possa o non voglia indugiare nella riflessione del proprio stato perché i comportamenti reali sono quelli che appagano lo spirito e la carne e parlano da sè storie di violenza, di prostituzione, di complicità, di meschinità, di cupidigia, di chiacchiera, di vera miseria. Si "sa bene quanto si goda coi sensi e lo spirito il saper d'altri..."; e si sa "che ci sono due sentimenti, uno che degrada e l'altro che magnifica".
Nel Piaggio l'Umanità è insultata, mortificata, non vi è un rapporto con la Gravina bene, né un rapporto vitale dell'uomo con l'Invisibile.
"E Dio?! Dio delude chi non lo conosce abbastanza, Dio pare non intenda occuparsi di ciò che non viene fatto in Sua gloria, ...; sa e non sa, vede e non vede". "E la Chiesa?!" Vestigia di antica gloria, è solo una matrigna. Pare abbia smarrito il senso della propria missione di carità.
E ritorna con il "Piaggio" la ricerca del perché di questo "microcosmo scivolato in una crepatura della Storia e lì abbandonato".
Le rilevazioni tecniche architettoniche ed ingegneristiche odierne che diagnosticano e si affannano alla ricerca delle cause del decadimento e degli effetti del degrado, ed i progetti volti alla "ricontestualizzazione" e "musealizzazione" del rione Piaggio, sembrano voler restituire rispetto al nostro passato, ma in questa progettualità si legge soltanto l'atavica assenza di attenzione verso chi, in silenzio, ha condotto la propria esistenza con l'istintiva dignità di essere uomini.
Certo riusare, consolidare, conservare, possono essere i termini e le finalità di una programmazione politica attuale, ma il corso degli eventi ha segnato oramai una indelebile frattura fra essere umani ed essere politici a Gravina. Sarebbe come scoperchiare "il vaso da notte che la Gravina bene tien coperto per contenere il suo lezzo".
Rosa Leone Selvaggiuolo (Prefazione)
Andrea Riviello,
"Piaggio", Matera, 2003


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