Nei meandri della superstizione

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Nei meandri della superstizione

Manifestazioni
Superstizione, dal latino «superstitio» cioè sovrapposizione, è un pregiudizio popolare radicato ed infondato di credenze in esseri, elementi, cose misteriose; una specie di inferno e di paradiso benefico-malefico, scattato quando l'umanità primitiva, paurosa ed irrazionale si sentì schiacciata da forze naturali ignote, avverse. Allora per placarle e propiziarsele fece ricorso a magie, incantesimi, sortilegi, scongiuri, ecc. gestiti da stregoni e maghe, da sciamani e fattucchieri, da indovini e santoni. Maghi celebri vengono menzionati negli antichi scrittori; si pensi ad Apuleio, Orazio, Giovenale; poi a Simon Mago, a Merlino, Atlante, Paracelso, Nostradamus. Tra le «Masciare» si ricordano Circe, Erittone, Canidia, Sagana, Folia, Armida, ecc. Col tempo il rito magico diventa: «un insieme di tecniche socializzate e tradizionalizzate, volte a fronteggiare la crisi economica ed a proteggere l'individuo dalla crisi di una indigenza psicologica e somatica» (C. Troccoli). Filosoficamente le superstizioni potrebbero rientrare nel territorio degli Idòla, di cui trattò Francesco Bacone (1561-1626) suddividendoli in:
IDÒLA TRIBUS, cioè gli errori dovuti alla fallacia dei sensi;
IDÒLA SPECUS, ossia i pregiudizi irrazionali diffusi;
IDÒLA FORI, dovuti all'uso impreciso dei termini espressivi;
IDÒLA THEATRI, frutto di idee astratte, torbide, fantasiose.
Sono cotesti pregiudizi che incrementano i fenomeni della antropomorfizzazione mitologica, della divinizzazione totematica, della demonizzazione delle forze naturali occulte. La superstizione, forma primaria di turbamento religioso, non fu che un modo «sui generis» di tendere al VERO, di cooperare alla formazione dei gruppi umani associativi, di suscitare frasari compiuti, di individuare i germi naturali dei diritti-doveri, cioè dell'ascensionale progresso. Ma chi crede oggi nella superstizione?... Molta gente, e non solo dei contadi e villaggi, ma della città dove prospera una redditizia industria magica. Il curioso è che perfino celebri personaggi storici, come Lutero, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, Croce, Pirandello, Freud; poi Balzac, Cezanne, Dalidà, Mussolini, Leone, Fanfani, vi si associano, a volte, trincerandosi nel detto: «non si può mai sapere». Si badi che i fatti superstiziosi non contano solo di per sé, ma per il modo e l'impegno dell'immaginazione, delle pulsioni, reazioni, timori, circostanze individuali e collettive connesse con il primo insorgere nebuloso del mito poetico-religioso-terapeutico. Stralciamo ora dalla palude della superstizione, alcune pratiche radicate e diffuse. Contro il fulmine, la grandine, i contadini usano tracciare su di uno spiazzo di terreni un largo cerchio, interponendovi ferri vecchi, limature, chiodi, spilli, arnesi logori, mentre il «masciaro» intona la formula:
«Trune trune, va derrasse
cinde lighe e cinde passe
va alla grotta de sande Iasse
dove non fasce nudde male
manc'a vigne e a semenate».
Così il fulmine si allontana. Ecco come i contadini nell'imminenza di una tempesta lanciano scongiuri:
«E tu nuvole brutta oscura
ca si venuta a fa?
Ristuccià, ristuccià.
No. Vattene a quelle parte oscure
addò non canta lu gadde,
non vàgete ciampa de cavadde».
Talvolta il sapore pagano invocatorio si cuce con le terminologie cristiane:
«Buon giorno, cumpa Sole,
e pè Sante Salvatore
falla passa, chiuve e dolore:
Padre, Figlio e Spirito Santo, Amen».

Franco NOVIELLO
Centro Studi di Storia delle Tradizioni Popolari di Puglia, Basilicata e Calabria

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