Il pastore - "u pastour"

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Il pastore - "u pastour"

Città e territorio
Il pastore, questo lavoratore dell'azienda armentizia, media e grande, seguiva una organizzazione speciale alla quale non poteva sfuggire, pena l'allontanamento dal lavoro. A capo dell'azienda vi era il "massaro di pecore", il diretto responsabile verso il padrone, al quale era attaccato da vera fedeltà e devozione. Egli dava gli ordini ai dipendenti, disponeva quello che occorreva fare, manteneva la disciplina. Era anche il garante dei dipendenti. Disponeva il luogo dove far pascolare il gregge. Assegnava i permessi a turno ai pastori che dovevano recarsi in famiglia. Lo collaborava il "sottomassaro" il quale vigilava in particolare sulla mungitura delle pecore. I pastori accompagnavano le "morre" di pecore ai pascoli, mungevano il latte, assistevano le pecore figliate, tosavano le pecore a maggio, e passavano gran parte della vita in mezzo al gregge. I pastori, nella durezza degli addiacci, tra le pecore miti e i cani feroci, tra i pascoli, non comprendevano il dinamismo della vita. Erano adusati dalla piccola età a tutte le asprezze dell'esistenza, alla parsimonia, alle intemperie, alle privazioni, ed erano rari quelli che frequentavano le scuole, e l'alfabetismo era più diffuso tra i pastori che negli altri ceti sociali. La mattina all'alba il pastore preparava tutto l'occorrente per la giornata: il bastone, il cappello, il tascapane. I cani lo attendevano, puntuali, all'uscita dalla masseria. Si faceva coraggio nel suo lavoro, scagliava pietre in lontananza, gridando con una certa cadenza. L'immensa distesa della campagna, la murgia qui da noi, incuteva un senso di mistero. I cani lo circondavano intorno, annusando i suoi piedi. Si spingeva con il suo gregge sull'altura. Per poi tornare a valle. Il sole, le pecore, le pietre, i cani, gli uccelli, i corvi, i falchi, il cielo, un gran silenzio. Il fruscio delle erbe, un modesto ronzio di mosconi riempivano la sua solitudine. In estate il sole spaccava le pietre, e il pastore, seduto su uno dei tanti massi, guardava le pecore al pascolo. Silenzio e semplicità, questa è, ancora oggi, la colonna sonora della vita del pastore. Alla solitudine i pastori si abituavano. E quando calava la sera si affrettavano con il gregge a rientrare nella masseria. La giornata non era ancora finita, bisognava mungere le pecore, bisognava sistemare gli animali nell'ovile. E a tarda sera si andava a letto, dopo una cialda calda "jnd o cravatt", un pezzo di formaggio e un bicchiere di vino. Nelle masserie, per i pastori, non c'erano letti, ma solo pagliericci, sacchi pieni di paglia per dormire. I pastorelli trovavano posto nelle mangiatoie, di solito a destra della porta d'ingresso di vecchie costruzioni in tufo, come quasi tutte le "lamie" di campagna. Ragnatele dappertutto e libero accesso a galline, cani e gatti. Nello stanzone, lungo le mangiatoie, spranghe di ferro nel muro. Servivano da attaccapanni e per appendere le bisacce. E sotto la volta, al centro, era situato un grosso anello di ferro. Lì, a volte, venivano appese le bisacce, irraggiungibili dai topi. I padroni delle masserie non erano stinchi di santi né galantuomini, si erano arricchiti nel periodo precedente comprando diversi tomoli di terreni e masserie, sfruttando la povera gente. I padroni pretendevano il "don" e a mala pena riuscivano a mettere insieme qualche parola. Per convenienza, spesso, assumevano piccoli pastori, senza tariffa e senza nessun obbligo di libretti, di contributi, di niente. Braccia a buon mercato. Le trattative per l'ingaggio avvenivano normalmente in piazza (a Gravina in piazza delle Some, oggi piazza Notardomenico), come per i braccianti, senza alcun particolare rito. E l'offerta dei padroni alle famiglie dei pastorelli era una contropartita di derrate alimentari (frutta, un poco di pasta, qualche chilo di formaggio). L'ingaggio durava di solito dodici mesi. Una vera e propria "tratta dei calzoni corti". Che avveniva di solito nel mese di agosto. Questi ragazzi-pastorelli finivano tra le "morre" di pecore, insieme ad un pastore più grande, e badavano a tutto. La giornata iniziava all'alba e finiva al tramonto, quando rientravano con il gregge. E di scuola, naturalmente, non se ne parlava affatto. Per i pastori non c'erano diritti, non c'erano festività. Avevano il permesso di lasciare il gregge in campagna e di venire in paese solo per il tempo del concerto della banda in piazza alla festa del Santo Patrono (a Gravina San Michele Arcangelo il 29 settembre), praticamente la nottata della festa. E all'alba, via di nuovo in campagna a pascolare. Sulla vita dei pastori molto è stato scritto in questi anni. Molte nenie armoniose e commoventi sono state cantate sulla vita dei pastori (molti ricordano a Gravina, u pastour, dei fratelli Cicolecchia). Tosare le pecore a maggio era un rito per i pastori e i padroni. Ma la lana delle pecore, oggi non è considerata tra le migliori e le più pregiate sul mercato. Materassi in lana non se ne fanno più e non ci sono molti altri sbocchi per l'utilizzo di queste quantità di lana. E dalle pecore, quindi, si ricava, oggi solo latte e carne. Non può sfuggire la realtà odierna degli schiavi-pastori venuti dal mare (extracomunitari). La gratitudine della collettività deve essere profonda verso questi nuovi pastori. Un esercito visibile nelle campagne, ma invisibile nelle carte ufficiali. Il numero degli immigrati impiegati come servi-pastori nelle aziende agro-pastorali è altissimo. E il loro lavoro, per pochi spiccioli e molta fatica, tiene in piedi le tante aziende disseminate in Italia e nel Mezzogiorno in particolare. Molti "nuovi padroni" sono accusati di aver ridotto in schiavitù molti giovani rumeni e marocchini, assunti come servi-pastori. Di certo è molto complicato capire cosa realmente accade nelle campagne. Non si sa nemmeno quanti siano esattamente i lavoratori stranieri che vi lavorano. Una piaga sociale che non si può più tollerare. La dignità umana nelle mani di personaggi senza scrupoli. Non basta riflettere ma agire al più presto.
Michele Gismundo
BIBLIOGRAFIA
- S. LA SORSA, Storia e folklore della mena delle pecore in Puglia, in "Atti del III Convegno storico pugliese, Foggia 1953
- A. CASINO, Il solitario della Murgia, Matera 2003
- B. TRAGNI, I nomadi del pentagramma, Giovinazzo1985
- M. GISMUNDO, La ricostruzione a Gravina in Puglia 1943-1947, Tesi di Laurea, Urbino 1992
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