Il carnevale a Gravina in Puglia

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Il carnevale a Gravina in Puglia

Manifestazioni
Il Carnevale per i nostri nonni era uno dei periodi più belli e più attesi dell'anno. La costruzione dei fantocci di paglia simboleggianti il Carnevale e la Quaresima a cui la fantasia popolare diede il nome di Giuàn e la Quarandoir , era il primo atto che la nostra gente compiva durante i primi giorni di questo periodo. I due fantocci (il più delle volte il solo Giuànn), seduti su due sedie piuttosto malridotte, venivano appesi l'uno a fianco all'altro in alto a lato della porta di casa o, trattenuti da funi tra un balcone e l'altro, al centro di una strada e lasciati lì per tutta la durata del Carnevale. Giuànn simbolo del Carnevale, pare fosse stato un ex prete che irretito dalla Quarandoir la donna che in seguito avrebbe sposato e simboleggiante la Quaresima , avesse buttato il talare e si fosse unito ,a questa donna, per la verità non molto seria. Questa unione non fu delle più felici, infatti Giuànn, trascurato dalla moglie che si era rivelata pettegola, golosa, ubriacona si era uniformato come mentalità alla moglie, diventando anche lui fannullone e ubriacone. Questa la leggenda che la fantasia popolare creò per queste sue due maschere: Giuànn e la Quarandoir. Si dice che i fantocci portassero prosperità e benessere alla casa davanti alla quale erano appesi. Ecco perché un tempo di fantocci appesi se ne trovavano un po' ovunque. Anzi, si faceva a gara a chi avesse costruito i fantocci più belli o caratteristici. La voglia di mascherarsi, il combinare scherzi a volte molto pesanti, nasceva dal desiderio di rompere la monotonia di giorni piatti, sempre uguali, fatti di duro lavoro e di sacrifici immani per poter migliorare di poco le misere condizioni dei nostri antenati.

Ultimo Giorno di carnevale e inizio della quaresima

La festa vera e propria iniziava nelle prime ore del pomeriggio. Dopo un pranzo piuttosto succulento a base di " r'cchietedd, calzùn, carn, sasaneddr e p'cc'iateddr ' il tutto abbondantemente annaffiato con la "v'rdoich ', la gente si riversava in gran fretta per le strade del paese e correva " abbascie o stratoun d'Crist ' per assistere alla tradizionale " cors a l'anidd”. Era questa una gara di abilità più che di velocità e consisteva nel riuscire ad infilare un grosso anello di ferro al bastoncino o frustino, stando in groppa al cavallo in corsa. Il circuito, se così si poteva chiamare, iniziava dallo imbocco di Via San Sebastiano e terminava, alla punta nord di Via Novella, alla cui punta estrema era appeso ad una fune l'anello. Cavalli e cavalieri, bardati e in costume, aspettavano il loro turno nell'antistante Piazza Pellicciari dove un giudice di gara dava il via al cavaliere solo dopo aver notato l'arrivo e il nulla di fatto del precedente concorrente. Tra le grida di incitamento degli spettatori che affollavano i lati delle strade e le finestre e i balconi, che per l'occasione erano addobbati con coperte e tappeti di pregevole fattura, i cavalieri iniziavano la loro gara dando di sprone ai loro destrieri. La gara terminava solo quando uno dei partecipanti riusciva ad infilare l'anello. Subito dopo la premiazione (molto spesso il premio consisteva in una piccola somma di denaro e in un agnello o capretto offerto da qualche ricco proprietario) il vincitore, seguito da tutti gli altri partecipanti sfilavano a cavallo tra gli applausi degli spettatori e si dirigevano in Cattedrale dove l'anello, che era stato sostituito con uno di oro, veniva offerto al Santo Patrono. A questo punto venivano fuori le maschere che, vestite nei modi più strani e impensati, suscitavano le risa della gente. Molto raramente allora ci si imbatteva in maschere sofisticate quali “la fatina” o “il principe”. Si poteva assistere poi al funerale del fantoccio “Giuànn” che tolto dalla sedia veniva steso su un carretto “bajard “ e portato in giro tra grida di pianto e scene di disperazione. Al seguito del “funerale” c'era la “quarandoin” la moglie di Giuànn” che dava in escandescenze e si disperava per la perdita del marito. Quando il funerale giungeva nei luoghi più affollati “u mest” (il capo della comitiva) fermava il corteo e leggeva ad alta voce il testamento del ' fu Giovanni '. Il contenuto del testamento non era unico, cioè sempre lo stesso, ma veniva fatto di volta in volta da persone dotate di spirito e verve poetica. La lettura di questo documento suscitava particolare interesse nella gente che accorreva per ascoltarlo, perché fatto a rime e con parole salaci. Con sfilate di funerali e di gruppi di mascherine si andava avanti tra l'allegria generale sino alle ventidue, ora in cui le campane di tutte le chiese con nove rintocchi tutti uguali e intervallati, annunziavano che ci si poteva divertire e mangiare carne ancora per altre due ore. Il suono delle campane alle dieci di sera era chiamato " la d'sp'razioun “. Perché suonavano la “d'sp'razioun “ le campane di tutte le chiese? A questo punto è necessario un ritorno alla leggenda. Abbiamo detto che ' Giuànn ' era un ex prete. E poiché quando muore un sacerdote le campane di tutte le chiese suonano o suonavano contemporaneamente, quindi anche a “Giuànn” era riservato lo stesso trattamento. Una volta a casa, le donne lavavano con la cenere posate e pentole e le strofinavano con vigore, sino a quando non andava via l'odore di carne. Iniziava così il periodo della Quaresima.
Andrea Riviello
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