George Berkeley a Gravina in Puglia

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George Berkeley a Gravina in Puglia

Città e territorio
Tutti i Gravinesi che hanno studiato filosofia conoscono il pensiero del filosofo irlandese George Berkeley, ma, forse, non tutti sanno che quel filosofo è stato, anche se solo per poche ore, nella nostra città, dove arrivò, come annota nel suo diario, il 2 giugno 1717 "alle 11 di sera", trovando ospitalità presso il "convento francescano, fuori le mura" o convento dei Padri Minori Riformati, convento annesso alla chiesa S. Sebastiano. Berkeley, che era in Italia in qualità di precettore del giovane George Ashe, figlio del vice cancelliere dell' università di Dublino, era partito da Matera alle 6 del pomeriggio di quello stesso giorno portando con sé una lettera di presentazione del padre guardiano dei francescani di quella città in cui, come annota il filosofo, il religioso "esprime tutto il suo rammarico per non avermi dato la sistemazione a Matera che Calvo (l'abate incontrato a Taranto) gli aveva invece sollecitato in un'altra lettera indirizzata a lui". Questo fa supporre che, se il filosofo irlandese avesse trovato ospitalità a Matera, sarebbe partito per Gravina il giorno dopo e avrebbe fatto un viaggio meno avventuroso. Infatti il viaggio durò ben cinque ore e, in maniera lapidaria, il filosofo così annotò nel suo diario: "Ci siamo smarriti...Abbiamo camminato a lungo disorientati". Berkeley, a differenza di quanto ha fatto in altre località, non ci ha lasciato alcun annotazione sui francescani di Gravina che lo ospitarono e sul loro convento, il che fa supporre che le persone e i luoghi non gli fornirono elementi negativi. Negativo era stato il giudizio sui frati incontrati a Castellaneta dove, appunto, un religioso gli aveva chiesto se l'Irlanda fosse una città. Si è detto della breve sosta nella nostra città, da dove, infatti, partì il giorno successivo "alle 10 a.m." dopo, come si può comprendere dalle annotazioni telegrafiche del suo diario, una rapida visita della stessa. Ecco cosa scrisse della nostra città: "-Grana dat et vina clara urbs Gravina- era scritto su una porta della città. Secondo l'ultimo censimento 9.850 abitanti. Città cinta di mura. Palazzo ducale. Vescovato. Cattedrale, tutta ben pavimentata di marmo bianco all'interno. La città si trova fra verdi colline senz'alberi. 5 conventi di monaci e 3 di monache. L'aria è malsana per la stagione umida. Il Duca è un furfante.... I preti fanno il calcolo dei parrocchiani a Pasqua. Il vescovo si Gravina è morto due anni fa e da allora non ne sono subentrati altri. Il viceré, infatti, non ha voluto riconoscere la persona che il Papa aveva nominata vescovo di Matera, perché era uno straniero. ... A Matera e a Gravina si fa distinzione tra nobile e cavaliere; il cavaliere è ritenuto di grado superiore". E' evidente che, al di là degli aspetti materiali, come l'iscrizione letta su una porta attraversata per entrare nella città e il pavimento della Cattedrale, gli elementi che Berkeley ci fornisce della città di Gravina all'inizio del Settecento li ha ricavati dalle notizie fornitegli dalla guida che potrebbe essere stato il padre guardiano stesso dei francescani. Nel diario di viaggio del filosofo inglese, oltre alle annotazioni sulla nostra città di cui s'è detto, troviamo anche elementi riguardanti il territorio circostante. Venendo da Matera, BerKeley, dopo aver percorso una "strada rocciosa, spianata, discesa", vede "in lontananza a sinistra montagne di una certa altezza (i monti dell'Appennino lucano); più vicine nella stessa direzione, colline" e poi per ben tre volte, quasi a significare la monotonia del viaggio, riporta accoppiati i termini "pascoli, grano..." e, ancora, " Fino a sera inoltrata sempre la stessa campagna collinosa. Uno sciame di lucciole...". Berkeley, come annotò nel suo diario, partì "da Gravina alle 10 a.m." del 3 giugno (1717) diretto a Venosa, la patria del poeta latino Orazio, dove arrivò il giorno successivo, passando per Poggiorsini, Spinazzola (dove pernottò tra il 3 e 4 giugno) e Palazzo San Gervasio. Uscito dalla città di Gravina, il filosofo irlandese, diretto a Poggiorsini, annotò, tra l'altro: "Campi verdi, aperti, e colline ricoperte prevalentemente di grano più maturo di quello visto in pianura. Il principale utile della campagna è il grano". La presenza nel nostro territorio dei "campi aperti", espressione che annota più volte, anche prima di arrivare da noi, stava a significare l'arretratezza dell'Italia rispetto al suo Paese dove, appunto, la scomparsa dei campi aperti e la loro trasformazione in proprietà private segnavano il passaggio dal feudalesimo al capitalismo. Per quanto riguarda la sosta a Poggiorsini, riporto testualmente le annotazioni del diario: "1.25. Poggiorsini, dove abbiamo pranzato. Il cappellano ci ha messo a disposizione la sua stanza nella masseria del Duca di Gravina; un ambiente sporco. Il Duca si ferma qualche volta per andare a caccia".
(I brani riportati tra virgolette sono nell'opera "Viaggio in Italia di George Berkeley" a cura di Fimiani Maria Paola e altri, Napoli 1979, alle pagg. 212-214).
Parisi Francesco
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