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Dopoguerra e Dopocovid-19, non si può aspettare il bonus

Politica e cultura
Prendiamo lezioni dal dopoguerra: molta umanità di quegli anni è ancora in vita, quella che ha vissuto anni di sacrifici e di stenti, di lotte e di ricostruzione, tutta gente che riesce a comprendere sicuramente meglio questo momento di emergenza coronavirus. Sono i nostri nonni che salgono in cattedra in queste ore, per designare alle nuove generazioni la strada giusta da intraprendere nonché le riflessioni sane da fare a fronte di tanteangosce e privazioni subite durante la guerra e nella fase della ricostruzione. Stesso scenario oggi con il covid-19: tanta disoccupazione, sofferenze indicibili, ansie sull’avvenire. La cosiddetta “fase 2” del coronavirus indicherà modalità di ripresa del paese, nuovi percorsi e stili di vita associativa, una nuova ricostruzione dalle macerie della pandemia. Il dopoguerra fu un periodo della storia d’Italia di grande rilevanza sociale ed economica: si pensò di studiare e di lavorare di più, di guardare al futuro con speranza,ma soprattutto con il forte desiderio di farcela. Fu così che settant’anni fa venne ricostruito un Paese distrutto dalla guerra, afflitto da tanta miseria e disoccupazione. I nostri nonni ebbero la straordinaria capacità di lottare insieme, per il “pane e lavoro”, per il recupero di una dignità umana calpestata dall’arroganza di un ceto sociale di tipo stratificato e poco lungimirante ed illuminato. Nel dopoguerra i prefetti dovettero obbligare gli imprenditori agricoli ad assumere i braccianti disoccupati, considerata la scarsa propensione a praticare la solidarietà, lievito evangelico indispensabile in una società civile. Oggi c’è qualcosa di nuovo, c’ è tanta solidarietà, a tutti i livelli, bisogna riconoscerlo: si è consolidata una nuova coscienza di popolo, che si interroga sul significato di fratellanza e di amore per il prossimo.Infatti in questo frangente covid-19 tantasolidarietà si è materializzata con chiarezza e atti concreti: sotto i nostri occhi sono atterrati a Roma parecchi aeroplani, provenienti da paesi lontani e carichi di beni sanitari essenziali unitamente a medici e infermieri lì pronti a “dare una mano”, con una generosità che ci ha sbalorditi. Hanno commosso tanta gente gli slanci di solidarietà della popolazione italiana, in tutte le sue articolazioni: un agire sociale nuovo. Certe notti per la fame – ci raccontano i nonni – non si riusciva a dormire, bisognava compiere uno sforzo immane per superare tutto. Ovunque c’erano macerie. Ce l’abbiamo fatta, siamo diventati la quinta potenza nel mondo. Oggi serve uno scatto come nel dopoguerra.Non si può aspettare il bonus dello Stato. Ci rialzeremo.
Michele Gismundo

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