La trebbiatura sull’aia: a psé, a mné la rez…. e a candè! - GRAVINAOGGI

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La trebbiatura sull’aia: a psé, a mné la rez…. e a candè!

Città e territorio
Bisognava separare i chicchi di grano dalle spighe. Dopo pochi giorni dalla mietitura. Ma prima si preparava l'aia, uno spazio di terreno a forma circolare, alla cui preparazione contribuivano tutti i componenti della famiglia, con le zappe e i rastrelli gli uomini, spargendo acqua sul terreno le donne. Sull'aia venivano sistemati i covoni di grano ("l' gregn"), che rimestati con una sorta di rullo dentato in legno ("u diav'lott"), trainato dai muli e con il calpestio dei loro zoccoli facevano uscire i chicchi dalle spighe. Si facevano girare i muli bendati in continuazione e regolati per le redini (" a m'né la rez"). Era uno spettacolo, con il rumore della frusta e il canto dei contadini. Le donne e i ragazzi si alternavano alla guida dei muli al centro della "pista". Così passavano le giornata per la trebbiatura. Si viveva la magia della raccolta del grano. Una magia perché ogni gesto, ogni movimento, ogni istante di quelle ore calde di luglio erano come momenti di grande attesa. Si concludeva di un anno di lavoro. E quando i chicchi di grano erano stati tutti liberati dalle spighe, gli animali venivano allontanati dall'aia, e portati all'ombra a riposarsi dalla fatica. A mangiare dell'orzo e dell'avena, da "jnd a la sacchett", infilata al muso e legata con due cordicelle passanti sulla testa. Durante la trebbiatura le donne non si militavano a guardare, non perdevano tempo: con un grembiule ben legato sul ventre tornavano nei campi mietuti a raccogliere le spighe. Non lasciavano spiga alcuna dietro di loro, poco per volta riuscivano a riempire sacchi di spighe, che pressate anch'esse sull'aia, facevano aumentare il raccolto. Con la schiena a pezzi ("l' rein"), stanchi, mostravano con soddisfazione ai propri figli e ai propri mariti il frutto della loro fatica. In quegli anni c'era tanta miseria anche a Gravina. Molte famiglie povere si adoperavano per la pratica della spigolatura. Le spighe raccolte nei campi venivano battute per ridurle in frantumi, in un'aia improvvisata vicino alle proprie abitazioni oppure fuori le mura come la piana della Madonna della Stella (" soup a la madonn d' la stell"). Così i chicchi di grano usciti dalla loro prigionia rappresentavano il frutto e il contributo per il mantenimento della propria famiglia. Con la pratica della trebbiatura sull'aia scendeva in campo tutta l'esperienza del contadino pugliese, che quasi mai era il proprietario del terreno, ma mezzadro. Il contratto di mezzadria, cioè metà raccolto al lavoratore e metà al proprietario terriero, oggi è fuori legge. E' stata riconosciuta la dignità del lavoratore della terra. Nel pomeriggio si svolgeva il lavoro della "ventilazione". Bisognava separare il frutto dalla paglia. Appena cominciava a soffiare il vento si sollevava per aria il triturato ("a v' ndlè"). La paglia, più leggera, si adagiava ai bordi dell'aia, mentre i chicchi di grano, più pesanti, cadevano sull'aia. Quanta preoccupazione regnava nei contadini in questa fase delicata della trebbiatura. Spesso il vento si "riposava", e poi riprendeva a soffiare più forte. Ed era allora che il mucchio di grano si faceva consistente, si faceva ammirare. E i bambini si tuffavano spensierati in quel mucchio, con tanta felicità. Il grano, (l'orzo o la biada), veniva accumulato in sacchi di tela e trasportato col traino a casa del padrone. Veniva versato in grandi casse di legno (u' cascioun) o nei granai di casa (u camin du groin). La paglia serviva da foraggio mentre la pula per polli e asini. La paglia veniva raccolta nelle reti a maglie grosse ("l' ball d' la pach"). La paglia veniva venduta ai produttori di calce ("a la calcoir"), alle scuderie e alle stalle. Non si buttava niente in quegli anni. I contadini dopo aver immagazzinato il grano, ne mettevano da parte una certa quantità che doveva servire per fare il pane, la pasta, per la semina dell'anno successivo, per pagare alcuni debiti come il barbiere, il fabbro, il falegname. La vendita del frumento, delle fave e di altri cereali era l'unica fonte di guadagno per l'economia familiare. Grazie a questi risparmi i contadini hanno fatto studiare i propri figli, per un futuro migliore.
Michele Gismundo
Michele Rigato, E così fu. Attraverso il Novecento ricordi per l'Italia di oggi, Pianetalibero editore, Avigliano 2003
Saverio La Sorsa, Fiabe e novelle del popolo pugliese, Edizioni di Pagina, Bari 2014
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