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Politica e Cultura
Votare i candidati, non solo le liste. Ai cittadini il diritto di una scelta
Tiene banco, ancora una volta, l'ambizione di riformare la legge elettorale. Un dibattito che reclama spazio e attenzioni, ma suscita poche passioni visto e considerato che l'appariscente mobilitazione di forze politiche e comitati referendari rischia di risultare improduttiva, condizionata com'è dai veti incrociati e dagli interessi (veri o presunti) dei partiti che ci sono, che si stanno formando o che intendono ricollocarsi nel nostro inquieto quadro bipolare. Salta, tuttavia, agli occhi che le due proposte "di schieramento" messe sul tavolo tra lunedì e martedì dal grosso del centrodestra (Udc esclusa) e, almeno formalmente, da tutto il centrosinistra hanno significativi punti di contatto. A cominciare dall'impianto-base che, sia nella "bozza Calderoli" sia nella "bozza Chiti", resta parente stretto di quello che caratterizza il sistema per il voto regionale (proporzionale con premio di maggioranza). C'è però anche un'altra coincidenza tra quelle due ipotesi di lavoro, che dovrebbero correggere le storture delle norme attuali. E cioè la conferma dell'abolizione totale del voto di preferenza. Una coincidenza tanto impressionante quanto incredibilmente sottaciuta. Evidentemente l'impossibilità per gli elettori di intervenire sulle liste dei candidati, esprimendo la propria scelta, non è considerata dai "riformatori" di entrambi i poli un problema da risolvere. O, forse, è ritenuta addirittura una conquista da difendere. E, in effetti, se proviamo a metterci dalla parte di chi le liste dei candidati le compila, è piuttosto facile arrivare alla conclusione che la rimozione del voto di preferenza ha rappresentato per i capipartito una svolta persino entusiasmante. Quel potere democratico di selezione della classe dirigente che dovrebbe spettare, in percentuali quasi analoghe, a forze politiche (che elaborano e propongono) ed elettori (che scelgono) ha finito, passo dopo passo, per essere trasferito quasi interamente ai vertici dei partiti: ai cittadini sol o l'indicazione di uno dei simboli in lizza; ai titolari dei simboli la decisione effettiva sugli eletti.È un processo in atto da tempo. Avviato nel 1993 con l'introduzione dei collegi uninominali senza primarie (e dunque con candidati scelti e, spesso, paracadutati dall'alto) e continuato nel 2005 nell'imposizione delle liste bloccate (idem come sopra). Le conseguenze di questa massiccia - e, dal nostro punto di vista, drammatica - sottrazione di potere ai cittadini-elettori non sono tutte immediatamente percepibili. Ma alcune sì. Ripensare all'andirivieni di nomi - concitato e, quasi, isterico - che precedette la chiusura delle liste elettorali la scorsa primavera aiuterebbe, di certo, a rifletterci su. E altrettanto utile sarebbe l'attenta lettura degli elenchi dei parlamentari eletti o rieletti nella XV legislatura. Vista dall'altra parte, quella di noi che votiamo, la svolta è stata insomma tutt'altro che entusiasmante. E il problema è esattamente qui. Già nel fatto che - a onta di tanta retorica partecipativa - ci ritroviamo a ragionare su corpo elettorale e partiti come controparti un po' più estranee e più conflittuali. E soprattutto nella constatazione che una "società politica" che tende a concepirsi come classe inamovibile e autoreplicante ha dimostrato di voler usare senza discrezione del potere di indicazione, di epurazione e di cooptazione. Poteva farlo, e l'ha fatto. Può immaginare di continuare su questa strada? Pare di sì. Ma sarebbe l'arrogante perpetuazione di un problema. E noi ci permettiamo invece di insistere: signori del Parlamento, risolviamolo. Restituiteci il diritto di scegliere chi vogliamo eleggere. È un fatto di civiltà, un'esigenza della coscienza. Ridateci un voto di preferenza.
Marco Tarquinio (Avvenire 5 aprile 2007)