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Tutti uguali? Il grembiule non basta.

Politica e Cultura

bambini col grembiule


Ma davvero - davvero? - c'è qualcuno convinto del fatto che imporre il grembiule a scuola riporterà ordine e uguaglianza? Tra le notizie estive questa è sembrata una delle tante bizzarrie irrilevanti; ma, a pensarci bene, forse tanto irrilevante non è (anche perché la fonte è ministeriale). Intanto, è curiosa la motivazione per cui si è pensato di reintrodurre il grembiule nelle scuole: l'uguaglianza. L'uguaglianza di cosa? Così finirebbe - ci dicono - la competizione insana dei genitori che mandano a scuola i figli con le felpe firmate, mettendo in imbarazzo quelli che non se le possono permettere. Peccato che i più gettonati status symbol per le nuove generazioni siano le scarpe (che respirano, massaggiano, illuminano, sfoderano rotelle e insomma servono a tutto fuorché a camminare) e gli zaini (che, in più, diffondono musica). Dunque, tutti uguali dal collo alle ginocchia, ma diversi sopra e sotto. Peraltro, mimetizzare i vestiti è facile, ma è difficile nascondere il colore della pelle, l'accento meridionale, la mamma con il velo in testa... E poi c'è chi fa il week-end in Sardegna o a Cortina e chi no. Ecco le vere espressioni di quella diversità che è difficile (se non inutile) negare. E poi, perché una società in cui la disuguaglianza (o la non omologazione) viene tenacemente perseguita, deve delegare alla scuola il compito di creare l'illusione dell'uguaglianza? Aumenta il numero dei poveri e il gap rispetto ai ricchi; la competizione sociale è sempre più dura; per le giovani coppie italiane e gli stranieri è quasi impossibile trovare in affitto una casa... però la scuola deve dirci che siamo tutti uguali. Ah, già, dimenticavo, viviamo nella società dell'immagine. Non conta la sostanza, conta l'apparenza. I nostri atleti alle Olimpiadi avevano divise supergriffate d'argento. I nostri alunni avranno divise griffate o comperate al mercato? Sarà un'uguaglianza in economia o nel lusso? E quale sarà il fortunato stilista che le disegnerà e l'azienda che le produrrà? La domanda apre un'altra considerazione, che forse è alla base della proposta di tornare alla divisa: in una società fondata sul mercato, milioni di divise da produrre e vendere hanno un peso. Per chi ci guadagna e per chi deve pagare. Seguiamo il ragionamento di una giovane mamma che lavora, ha due figli, non può contare sulle nonne. Una mamma tipica. "È noto che i bambini si sporcano, quindi ogni giorno devi lavare il grembiule, stenderlo e stirarlo. Tè ne servono almeno due, se fai la lavatrice tutti i giorni, tre, se un giorno piove e il grembiule non si asciuga. Tre grembiuli per due figli, fanno sei, da comperare ogni anno, perché i figli crescono e - dovendo essere tutti uguali - non può succedere che uno vada a scuola con la divisa scolorita che lo farebbe riconoscere subito come secondogenito che eredita i vestiti". Diventa una specie di tassa annuale, in cambio dell'indubbio vantaggio di avere figli consoni alle leggi del mercato e dell'immagine. Un ultimo dubbio: e le differenze tra gli insegnanti come le cancelliamo? Grembiule anche per loro? Corso accelerato di dizione per cancellare gli accenti del Sud? E poi?
Paola Springhetti


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