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Politica e Cultura
Una risposta onesta, prego. Stiamo per diventare uno Stato federale: però qualcuno ha capito bene, ma proprio bene, perché? Lo reclama la Lega, anche con qualche accenno ai fucili. Lo hanno promesso Berlusconi e Tremonti. Lo vogliono le Regioni del Nord, anche quelle di centrosinistra. Abbozzano le Regioni del Sud, incapaci di reagire. Il ministro Calderoli, che come il suo capo Bossi ha una fretta della malora, annuncia che il governo se ne occuperà già dal 18 settembre. Ma basta seguire il dibattito politico, o i giornali, per rendersi conto che ciascuno parla di un federalismo diverso dagli altri, magari quello che più gli conviene. Dice il leghista Castelli: ciascuno deve essere padrone a casa sua. Traduzione: autogovernarsi, liberarsi dello Stato-mamma, guarda caso nel Paese più statalista del mondo, in cui tutti bussano allo Stato, Lega compresa. Retropensiero del Nord: non vogliamo più dare i nostri soldi allo Stato che poi li dà al Sud. Retropensiero del Sud: siamo sempre stati penalizzati e pretendiamo continuare a ottenere quanto più possibile.
La verità è che il problema non riguarda solo il Sud: su ventuno Regioni, solo sette sono autosufficienti, capaci di pagarsi le loro spese da sé. Le più ricche, ma anche meglio amministrate. E questo la dice lunga su Regioni che dovrebbero appunto essere padrone in casa propria. Ora ci riproviamo. Con l'incubo di ventuno staterelli in guerra perenne fra loro alla faccia della sempre presunta unità d'Italia. Ma tant'è: federalismo, federalismo. All'italiana, manco a dirlo: con i prefetti, cioè i rappresentanti dello Stato, una garanzia da un lato, un furbo paracadute dall'altro. E con nessuna certezza che la spesa pubblica diminuisca, anzi: i dipendenti dello Stato passeranno alle Regioni o se ne assumeranno altri come avvenuto quando le Regioni nacquero? Federalismo, federalismo.
Un travaglio, finora. Si è partiti dal modello lombardo, ci teniamo l'ottanta per cento dell'Iva e il quindici per cento dell'Irpef. Come dire, chi è più ricco produce di più e consuma di più, dà sempre meno allo Stato per la redistribuzione a tutti e si allarga il divario con i meno ricchi. Non federalismo ma secessione. Bocciato, tranne un estremo tentativo di Calderoli, con l'ira del collega ministro Fitto: non bisogna essere scienziati per capire che si creano nette differenze e si penalizza il Sud.
Al momento quale situazione? C'è un tipo di spesa: sanità, assistenza, istruzione, che non deve differire da una parte all'altra del Paese, insomma stesso livello assicurato per tutti. Per chi non ce la fa, interviene lo Stato, ma entro limiti di costi standard calcolati su base nazionale, un'analisi delle urine non deve costare più al Sud che al Nord. Ci sono poi le spese meno essenziali: chi non ce la fa, sia meno spendaccione e più oculato, o deve aumentare le tasse locali. Ma ci sarà qualche governatore disposto a compromettere la sua elezione? Allora si potranno avere meno servizi (meno bus, meno igiene, meno formazione professionale), con danno per i cittadini e per lo sviluppo economico. Da qualche parte si vivrà meglio che in altre. Con crescita del divario.
E il Sud? Mezzo rassegnato, un po' con la coscienza sporca della valanga di soldi mal utilizzati, un po' incapace di non essere Sud, cioè di unirsi, di farsi sentire, di fare una controproposta. Lo ha detto anche il presidente Vendola: più che reagire alle proposte altrui, dobbiamo averne delle nostre. Ma dove sono? E Sud alla prova proprio nel suo punto più debole: la buona amministrazione, la rapidità delle decisioni, il senso del bene comune, inesistente tanto in un condominio che in un Comune. E con una nomea di zavorra del Paese, che quanto più ricco sarebbe, e quanto più su nelle classifiche internazionali senza questo Sud.
Allora dal Sud parta almeno una piccola proposta, ancorché vecchia. Proprio nei giorni scorsi è stata pubblicata la classifica (rieccoci) delle opere pubbliche nelle regioni: strade comunali, locali, nazionali; autostrade; ferrovie dello Stato e stazioni; aeroporti; rete elettrica; depuratori delle acque; discariche e trattamento dei rifiuti. Alcune sono a carico dello Stato, altre no. La Puglia è ultima con la Campania, conferma che non è stata mai raggiunta da noi la percentuale di spesa promessa. Significa che la Puglia ha le condizioni peggiori per le sue imprese e per altre che volessero venirci, quindi per crescere. Il governo provveda in contemporanea col federalismo, non ci faccia partire così svantaggiati. E, visto che ci siamo, non ci tolga né aerei né voli né treni. Dopo di che, come si dice da noi, ci giocheremo la faccia, non dimenticando la cofana di soldi europei che ci arriveranno. Ma qualcuno si ricorderà di fare questa piccola ancorché vecchia proposta? Non soldi ma opere di bene?
Lino Patruno 5/9/2008