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Ma Gravina ha un'anima profonda

Politica e Cultura


Il sindaco e l'articolo sui due fratelli
da "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 08/08/2006

RINO VENDOLA sindaco di Gravina
Mi ero proposto di non intervenire all'indomani della pubblicazione su La Gazzetta del pezzo scritto da Michele Partipilo. Così come sul diluvio giornalistico di questi giorni, quasi una indagine antropologica sulla comunità. Mi ero proposto di non intervenire perché siamo in mezzo al guado. I ragazzini scomparsi rimangono ancora degli scomparsi. Nonostante le divisioni all'interno di quella famiglia; nonostante la scoperta in quel di Santeramo di un nucleo dal familismo fuori dalle regole; nonostante gli elicotteri, le forze di Polizia, i cani da macerie, i volontari. Siamo in mezzo al guado perché sono tutte possibili - ancora oggi, a due mesi di distanza - la fuga dei fratellini Pappalardi, la loro sottrazione ad un pezzo di tutela genitoriale, come pure la disgrazia. Se questo è il fatto, come risultato delle attuali indagini, mi preoccupa e rammarica la sicumera, tutta deteriore, sulla città e sulla comunità. Dovremmo tornare a discutere pubblicamente sul provincialismo culturale, quale affezione morbosa e al tempo stesso capacità critica, per lo più di segno introspettivo. Concordo con il prof. Raffaele Iorio allorché ricorda che «tutto ciò non vale soltanto per Gravina: tutta la nostra Puglia e il nostro enigmatico Sud, forse, è Gravina». Se, dunque, siamo d'accordo su tale conclusione - come mi pare di capire - la prospettazione cambia. E cambia radicalmente. Molto più intriganti sono le questioni poste dal prof. Iorio in quanto attengono al tema delle «radici» e dunque all'anima profonda delle comunità murgiane. Questa città ha avuto gli Orsini. E ciò è stato, per alcuni versi, un bene. La città d'arte di oggi è quella parte di città degli Orsini. Questa città ha avuto gli Orsini. E ciò è stato, per altri versi, un male. Il lungo esercizio di un potere assoluto sul popolo delle grandi fatiche e delle inesauribili cialde fredde, ne ha segnato profondamente le azioni civili verso un radicalismo, a volte fuori tempo. Il lungo esercizio di un potere assoluto coniugato con l'altro rappresentato dalla chiesa locale. Il Tratturo Regio che parte dal melfese per finire nelle terre joniche, ha mantenuto per secoli fitte ed epitaffi ovunque. Tranne che in due aree ricadenti nell'agro di Gravina. L'una a confine con le terre degli Orsini, l'altra con le proprietà della chiesa locale. Non è un caso, tra l'altro - per provare a reinterpretare quel radicalismo della comunità - che la Chiesa Madonna della Grazia dalla imponente e sovrastante facciata a rappresentare lo stemma di un vescovo locale, sia stata «murata», con puntigliosa precisione, dall'edificio della stazione ferroviaria. Non è un caso, ancora, che in occasione di un rifacimento della piazza Cattedrale negli anni '90, si sia scoperto come prima di allora non fosse stato mai realizzato alcun tipico basolato di chianche. Ma questo è altro rispetto al fatto da cui siamo partiti. Piano. Per queste macerie non servono i cani, ma uomini.

MICHELE PARTIPILO
Caro sindaco, ho molto apprezzato il suo fiero comportamento durante questi due mesi. Oggi comprendo le sue parole perché dettate dall'essere lei il sindaco e, soprattutto, un gravinese doc. Allo stesso modo ho condiviso l'altro giorno gli interrogativi posti dall'ottimo prof. Iorio. Il filo rosso che vi lega è il tipo di approccio al problema. Lei giustamente deve difendere la sua città e fare in modo che si allarghi l'orizzonte dell'analisi. Direi che si tratta di un approccio di tipo antropologico. Il prof. Iorio, da storico qual è, gioca la carta della ricerca in profondità, dell'andare a guardare nelle viscere dei fatti. Il mio, invece, era un possibile approccio da cronista che deve preoccuparsi di quanto accade oggi. E la situazione di oggi è quella che lei purtroppo conosce meglio di tutti: da due mesi e passa non ci sono notizie di due ragazzi. Nel tentativo di spiegare le difficoltà delle indagini ho provato a tradurre le parole degli inquirenti. Per lei è «la sicumera, tutta deteriore, sulla città e sulla comunità», magistrati e poliziotti l'hanno chiamata omertà. Io ho provato a non usare questo termine e a superarne le apparenze. Ma senza spingermi a chiamare in causa gli Orsini perché il loro potere assoluto «ha segnato profondamente le azioni civili verso un radicalismo, a volte fuori tempo». Se l'avessi fatto sarei stato un pessimo cronista e, soprattutto, non avrei dato conto del lavoro degli inquirenti, spesso portati fuori strada da veri e propri depistaggi. E onestamente questo mi sembra troppo per essere definito solo come «radicalismo». Con molta cordialità.

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