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Manifestazioni
Nel Gargano troviamo un miscuglio di religiosità e di magia negli scongiuri, brevi preghiere che il popolo recita e canta in determinate occasioni, spesso accompagnandole con gesti e movimenti di carattere magico (prima di andare a letto, prima di addormentarsi, entrando in chiesa, nell'atto di fare il pane e così via). Ancora in Messina è viva la credenza in uno spirito folletto, “u fuddittu2, che si concede particolari capricci specie con i bambini dormienti: li colloca in pose strane, li posa a terra oppure sotto il letto. Tale folletto, di bassa statura, ha il potere di svelare i tesori nascosti. Occorre, però se disturbati da esso, non lagnarsi e non parlarne con nessuno: il folletto si vendicherebbe storpiando i bambini con cui ha giocato e rendendo deformi anche i genitori. Di uno storpio o di un gobbo, infatti, si usa dire che è tale “pri 'nciuria di li spiriti”. A Benevento, come in tutto il Sannio, storia e leggende si respirano nell'aria, specie, ed in particolare sulle tradizioni pittoresche collegate al fascino di un mito antichissimo: quello delle streghe. Non sono infrequenti i giornalisti ed i curiosi che si recano a Benevento al solo scopo di avvicinare le ultime "streghe", perché, si dice, le streghe in edizione contemporanea esistono ancora. Con un piatto e qualche goccia di olio operano tuttora malefici ed incantesimi ai quali molti credono ciecamente pur sentendo l'inesplicabile dovere di non divulgare questa loro certezza. La credenza relativa alle streghe nacque con gli orripilanti riti orgiastici dei Longobardi che nel VII secolo ebbero in Benevento la capitale del loro ducato meridionale. Presi dalla nostalgia della terra nativa, essi continuarono in quella che li aveva accolti il culto di Wothan, padre degli dei. Per celebrare i riti specifici essi si riunivano fuori delle mura della città, nella valle del Sabato, intorno ad un “albero sacro” (tanto decantato “noce di Benevento”) cui attaccavano una pelle di caprone. In una specie di furioso torneo si davano a corse sfrenate durante le quali colpivano con le frecce la pelle di caprone, quindi ne mangiavano un pezzetto. Dopo la conversione del duca Romoaldo li e della sua gente, i riti longobardi caddero in disuso, il ricordo sopravvisse e il maleficio del “noce sacro” restò. Intorno all'albero, sempre secondo la leggenda, il posto dei guerrieri venne preso da “tutte le streghe del mondo” che vi si riunivano il sabato. Narra un vetusto testo dialettale che queste donne “non ghievano mai a pe' tterre, ma ievene o a cavallo de' 'na scopa o a cavallo de n'u diavolo che se chiamava Martiniello”; a volte i diavoli conducevano le "janare" (streghe) trasformandosi in gatti o caproni. Prima di avviarsi le donne si cospargevano il corpo nudo di un unguento gelosamente conservato sotto il letto o nel camino, poi si mettevano in marcia salmoniando: “Sotto l'acqua e sotto 'u viento, sott' 'a noce 'e Beneviento”. Giunte sul posto (più tardi denominato Ripa delle Janare) le streghe rendevano omaggio al “capo”, assomigliante ad un grosso cane o ad un caprone, poi si davano all'orgia. Il banchetto veniva consumato intorno a “'na tavola longa longa” carica di dolci, vini ed altre cose prelibate. Seguivano la danza cui le streghe partecipavano con grida, imprecazioni e fracasso infernali. Nelle credenze stregoniche legate al noce di Benevento, che nella tradizione popolare del sud d'Italia è luogo di riunioni di streghe e stregoni coi diavoli per concertare le malvage azioni da compiere a danno degli uomini, l'acqua e il vento sono rammentate in una formula magica che la strega deve recitare prima di accingersi al volo sul dorso del caprone diabolico. Sui miracoli di San Nicola, il quale in Puglia, in Calabria e in Campania ha un gran numero di devoti, corrono varie leggende. La più nota, diffusa anche fuori d'Italia, racconta di tre fanciulli uccisi e fatti a pezzi da un oste ribaldo risuscitati dal Santo cui l'oste aveva offerto a cena i miseri resti. Eccola narrata con efficace semplicità nei tratti essenziali in un canto raccolto ad Avellino da Giuseppe Bonomo:
Santo Nicola a la taverna ieva,
Era vigilia e no anzi cammarava;
Disse a lo tavemaro: - Aviti nienti?
- Tengo no vottazziello de tonnine (tonno)
Tanto chi è bello no nzi pò mangiare.
Santo Nicola tré croce ne fece,
E tré fanciulli fece resuscitare.
Santo Nicola mio. Santo Nicola,
Facisti tré miracoli de gioia!
Si racconta che a Palermo, sotto il re Martino (1392), ebbe origine la devozione alla Madonna della Catena per la liberazione miracolosa di tre condannati a morte che, avvinti da catene, si erano rifugiati nella chiesa di Porto Salvo per un improvviso temporale. Il sentimento religioso del popolo abruzzese si è conservato attraverso i secoli con caratteristiche proprie, sfiorato dalla superstizione e dalla magia o confuso con riti, retaggio di tradizioni pagane. Ogni località ha il suo Santo protettore che viene festeggiato a volte con particolari curiosi ricollegabili ad un sottofondo pagano che è all'origine della celebrazione: cosi a Cocullo dove ogni anno il primo giovedì di maggio viene festeggiato San Domenico. Il momento culminante della manifestazione è la raccolta di numerosi serpenti catturati precedentemente nella vicina campagna. Durante lo svolgimento della solenne festività le serpi vengono portate in chiesa e lanciate sulla statua del Santo che viene considerato dagli abitanti del luogo e delle altre zone vicine dotato del potere di neutralizzare ogni pericolo relativo al morso dei serpenti. Era ed è naturale ed istintivo il miscuglio di religione e magia nel nostro meridione; si può affermare con sicurezza che l'offerta di ceri, di voti, di promesse, che i pellegrinaggi, i riti di circumambulazione, le novene, le abluzioni in certe acque miracolose, il loro stesso berle, che tutte le varie forme di penitenza più o meno umilianti, non abbiano niente a che fare con la magia? Siamo sempre di fronte ad azioni che hanno lo scopo di forzare la mano a una potenza soprannaturale perché intervenga in nostro favore. E’ un alto di forza che si maschera di una profonda quanto ipocrita umiltà. L'uomo ha compreso che non gli conviene ordinare, ma pregare; di fronte agli scacchi della vita riconosce la sua impotenza. Quindi magia e religione risultavano nel passato mescolate e indistinte. Non potremo ricavare nulla dallo studio dei due elementi separati. E’ strano che uno studioso come il Malinowski arrivi a formulare una distinzione fra religione e magia in questi termini: “La religione si richiama alle questioni fondamentali dell'esistenza umana, mentre la magia si occupa sempre di problemi specifici, concreti, particolareggiati”. A parte il fatto che la vita non sia altro che un succedersi di problemi specifici, concreti e particolari, come classificherebbe il Malinowski l'atto della donna che recita il “Responsum” di S. Antonio tutte le volte che vuoi ritrovare qualche cosa perduta? E i ceri, i voti, gli esorcismi (molti dei quali sono stati ritualizzati dalla stessa Chiesa cattolica), le promesse, i segni di croce sul pane perché lieviti a perfezione? Il suono delle campane per allontanare la grandine dovrebbe essere considerato un atto di natura diversa dalla collocazione delle falci sull'aia con la punta rivolta verso il cielo? Possiamo ammettere una distinzione avvenuta sul piano storico, ma non sul piano originario. Dice Yinger: “II religioso prega e sacrifica, il mago manipola e comanda... Le preghiere per la pioggia in periodo di siccità acuta sono implorazioni di aiuto e si distinguono sicuramente dalle cerimonie per produrre la pioggia, fondate sulla convinzione che incantesimi e formule adatte possono produrre l'effetto desiderato”. Ma queste generazioni sono passate fra chi prega e gli acquaiuoli che conoscono i riti magici per produrre la desiderata pioggia?
Franco Noviello