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Politica e Cultura
Commemorato ma non ricordato, compianto ma non rimpianto: a trent'anni da quando le Brigate rosse firmarono il suo assassinio, il destino di Aldo Moro resta nel limbo dei misteri della repubblica. Per capire l'autentico significato politico del caso Moro, occorre rifarsi a quello che è accaduto dopo la sua morte, con effetti che si prolungano fino ai nostri giorni. L'eredità morotea è stata abbandonata; quel delitto, infatti, interruppe l'impresa politica che Moro stava guidando con determinazione. Che non era, come affermavano i suoi avversali, consegnare il potere ai comunisti, ma coinvolgere tutte le forze popolari, comunisti compresi, in un progetto che aveva due scopi. Il primo, contingente, consisteva nel fare unità nel paese, per fronteggiare un'emergenza economica che imponeva sacrifici anche ai lavoratori. L'altro, di lungo respiro, mirava al "compimento" della democrazia italiana, con il riconoscimento della possibilità, per tutte le forze che avevano fatto la Costituzione, di alternarsi alla guida del paese. Per questo era necessario un periodo di responsabilità comune al governo; poi le due grandi formazioni politiche (Dc e Pci) si sarebbero alternate fisiologicamente, in una serena competizione democratica. Non era la strategia del compromesso storico di Berlinguer, ma le due ipotesi non si escludevano. Moro, del resto, era un presbite della politica. Vedeva più lontano degli altri. Intuiva che la guerra fredda sarebbe finita. E pensava a un confronto politico senza risse e scontri di civiltà.
Dopo di lui la politica è tornata miope? Certamente, eliminato quel timoniere, si è ripreso a navigare su rotte consuete: le due flotte contrapposte si sono alimentate reciprocamente nel conflitto, anche praticando l'omertà da schieramento", che assolveva in via preventiva ogni malefatta. Via Moro, è cessata la ricerca politica: la Dc ha tentato di durare al governo in compagnia di alleati con sempre meno ideali e sempre più pretese di potere; al Pci è toccato scegliere tra l'unità con (meglio, sotto) Craxi e il ritorno a un'opposizione tanto ostile quanto indesiderata. Il giorno in cui Moro venne rapito (mentre si presentava un governo Dc con l'appoggio Pci, il primo dal 1947) scrissi che si voleva colpire "l'ordinato sviluppo della democrazia italiana". Oggi ritrovo in quel pensiero un fondamento d'analisi che conduce oltre l'emozione del momento. Manca la cognizione di quanto sarebbe accaduto se Moro avesse potuto completare il suo disegno. Ma la piega delle cose sarebbe stata diversa. Quantomeno le divisioni, protrattesi cosi a lungo, forzate artificialmente, sarebbero da tempo collocate in archivio. E non staremmo oggi a sperare in un dibattito elettorale non alterato da invettive di antico conio; oppure ad arrabattarci con mutamenti di regole e ordinamenti come surrogati di una politica improduttiva. La scomparsa di Moro può aver giovato a molti: agli americani, sempre terrorizzati dal nemico esterno; ai sovietici, che osteggiavano il Pci come portatore di un socialismo eretico; ai gruppi parassitari, che sulla spaccatura dell'Italia avevano costruito fortune politiche ed economiche; ai personaggi politici che solo in quel contesto potevano avere spazio e fortuna. Se ne può, se si vuole, fare l'elenco. Ma è più importante rimeditare il senso attuale della lezione incompiuta di Moro: perseguimento dell'unità del "paese rimescolato", ascolto della "società esigente", affermazione della necessità di una "stagione dei doveri". Importante, insomma, non è commemorare, ma purificare la memoria. Per l'oggi.
Domenico Rosati
Italia Caritas - Aprile 2008