Menu principale:
Politica e Cultura
Appuntamento con la nostra coscienza
Giornata della memoria domenica, tra poco. Non è solo una data, un appuntamrnto per quanto importante con la nostra coscienza, che vuole essere mantenuta vigile. C’è di più. Memoria non è una parola semplice, ammesso che ne esistano. È una parola più complessa di altre. La memoria non si esaurisce nel ricordo preciso, meccanico, fissato, di qualcosa che è accaduto, che sia positivo o negativo. Questo aspetto storico, notarile, fa parte necessariamente della memoria, che custodisce i fatti. Ma non ne esaurisce le possibilità, non ne rappresenta appieno la natura. Chi ricorda e dichiara di voler ricordare sta giudicando un avvenimento che è accaduto: ricorda per festeggiare il compleanno di una persona amata o il proprio, l’anniversario di matrimonio, o un altro avvenimento che nella celebrazione vuole essere protratto, mantenuto in vita, nuova, modificata e ulteriore, prolungato nel presente e nel futuro. Chi ricorda una tragedia, un evento intollerabile, scandaloso, ricorda per mantenere in vita quello sgomento, ma non solo. Se il primo vuole prolungare la vita dell’evento ricordato, il secondo, e qui entriamo nel tema, la Giornata delle Memoria, non si limita a voler ricordare, ma compie mentalmente un’operazione doppia e apparentemente contraddittoria: vuole ricordare bene, e far ricordare bene, ciò che è accaduto, ma vorrebbe anche, rievocandolo come fosse presente, poterlo cancellare, poter evitare quel che doveva essere ed è stato. La Giornata della memoria non è solo un monito a mai dimenticare l’Olocausto, ma anche l’anelito a volerlo annullare con le forze, all’Olocausto opposte, della compassione, della solidarietà, dell’amore. Se non esistesse questa valenza agonistica, pur se disperatamente agonica della memoria, saremmo nel puro meccanicismo del ricordo, che Lalla Romano definiva «un pettegolezzo della memoria». Eliot ha compreso ed espresso la tragica compresenza del tempo, passato, presente e futuro, scrivendo in versi memorabili come «ciò che poteva essere e non è stato» non appartiene al tempo. Ma indicava anche la nostra disperata aspirazione a sostituire qualcosa che è stato con qualcosa altro che non è stato. Forse nessuno come i poeti comprende ed esprime il senso della memoria, che non è solo attiva, ma guarda in avanti, come scriveva Shelley, forse nella poesia coesistono la coscienza dell’evento e il sogno di superarlo in qualcosa di ulteriore, più bello, più nutrito di speranza. La poesia, nel ricordare, mette in scena e fa viva la scena primaria, l’origine, la specie umana, che configge contro le sue stesse storiche aberrazioni. Per questo alla nota domanda retorica di Adorno, se avesse ancora senso scrivere poesia dopo i lager nazisti, risponderei ancora e sempre: sì, ha doppiamente senso, perché la poesia ricorda, ci tiene desti, e tiene desto anche lo sdegno e il sogno che quello che è stato avesse potuto non essere. Proiettando quest’umana speranza nel futuro, oggi, in questo istante, qui e ora, qui e per sempre. La poesia ricorda, tiene desto anche lo sdegno e il sogno che ciò che è stato avesse potuto non essere
Roberto Mussapi, Avvenire 24/01/2008