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Il Santissimo Carnevale e il pranzo del Purgatorio 2° parte

Manifestazioni


L'antichissima tradizione - osserva Marnilo – viene puntualmente rinverdita, nel giorno di S. Stefano, da poeti dialettali mascherati con abiti contadini, che girano per le vie cittadine declamando versi a rima baciata, ironizzando su personaggi e fatti che hanno caratterizzato la vita della città e della nazione nell'ultimo anno. Bernardo Notarangelo, storico della tradizione carnascialesca putignanese, ricorda gli elementi particolari del carnevale di Putignano: "u'ndond'r" e i cinque giovedì successivi al 17 gennaio. Il primo deriva da un verbo greco che significa rumoreggiare; i secondi invece vengono dedicati a personaggi precisi, i preti, i giovani, le donne maritate, ed altri. Anche a Palo del Colle il "Palio del Viccio" rappresenta una delle istituzioni più antiche in Puglia, rilevata da un documento del 1546 del Comune di Palo che recita: "Palio detto di S. Luca" torneo cavalleresco che è stato l'antesignano dell'odierno "Palio del Viccio" (cosi viene chiamato il tacchino in dialetto palese). Le maschere della transumanza di Tricarico della Lucania, escono dalle case per ritrovarsi presso la Chiesa del Santo protettore degli animali. È questo un rito prelevato dai canoni della civiltà contadino-pastorale che combinano sacro e profano con delicatezza. Anche il Carnevale nel Salento viene testimoniato dalle maschere della Grecia salentina. A Gallipoli con la classica maschera "Titoru". A Copertino con la maschera "lu Paulinu". In molti centri come Lecce, Parabita, Martignano, Sanarica, Martano, Casarano, Salice Salentino e Trepuzzi, nel rispetto di un antico canovaccio, si ha il trionfo di re Carnevale e il contrasto con la Quaresima con la condanna a morte e testamento di re Carnevale con rogo, fuochi d'artificio e gran ballo finale. A Sannicandro il Carnevale viene "condannato a morte" e si rivive la Quarantana con il rito che scandisce il passaggio dal Carnevale alla Quaresima, nel giorno delle Ceneri. A Bari il Carnevale vive di ricordi. Un tempo si iniziava dal 17 gennaio, con la festa di S. Antonio Abate e la famosa "banne de le chiacunne" che girava casa per casa e i musicanti venivano pagati con fichi secchi. Si ricorda la caratteristica sfilata delle carrozze con festose maschere, in Corso Ferdinando e Vittorio Emanuele; mentre Via Sparano - scrive Lojacono - era riservata alle maschere a piedi. Il culmine del Carnevale barese era il martedì grasso con il funerale di "Rocche", un fantoccio disteso in una specie di feretro che simboleggiava un contadino. Il corteo funebre si snodava per le strade del centro seguito dalla moglie di "Rocche" (per lo più un robusto portuale travestito da donna) che piangeva il marito morto gridando "Rocche, Rocche, e mmò ci v'à chianddà la bastenache?" (Rocco, Rocco, ed ora chi pianterà la carota?). Poi, - racconta Lojacono - prima chi venisse scaraventato in un fossato al defunto veniva dato "defriscke" (il rifresco), espressione che il sacerdote, anch'esso travestito, effettuava con il liquido attinto da un vaso da notte. Il Carnevale barese ricorda Alfredo Giovine, aveva termine soltanto quando suonavano le "schegnetorie" (rintocchi mesti di campane col battaglio avvolto in uno straccio): cominciava la Quaresima. Il funerale di "Rocche'' - osserva Lojacono - è forse l'unica tradizione sopravvissuta del Carnevale barese. Ma non suscita più l'entusiasmo di un tempo.

Franco Noviello

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