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"Il popolo è diventato populista. Prende e arraffa quel che può"

Politica e cultura

Rberto Vecchioni


Riteniamo importante pubblicare parte dell'intervista a Roberto Vecchioni realizzata dal giornalista dell'Huffington Post Nicola Mirenzi del 20/11/2016, per una riflessione sull'attuale momento politico e sociale.


  • Roberto Vecchioni: "Il popolo è diventato populista. Prende e arraffa quel che può".

Dietro il disincanto, c'è l'amarezza: "Anche il popolo è diventato populista. Non ha più afflati, né slanci d'idealismo. Ognuno pensa ai suoi interessi personali. Prende e arraffa quel che può. E va dietro al primo che gli capita: imbonitori, cialtroni e uomini che spacciano fasullagini. Ho amato il popolo per moltissimo tempo. Ora non lo amo più come una volta".
Roberto Vecchioni non parla "con piacere di politica", però si appassiona quando considera ciò che c'è intorno: "Qualsiasi posizione tu prenda - dice all'Huffington Post - una parte la accoglierà come una disgrazia. Ti diranno che sei un venduto, un faccendiere, un interessato. E non ho nessunissima voglia di dire se voterò 'sì' oppure 'no' al referendum. Per me, è faticosissimo scegliere. Il cuore e l'anima sono per il 'no'. Invece, l'intuito personale e la rabbia per alcune persone che sono contro mi spingono verso il 'sì'. Lo vivo come un tormento. Ma non vedo gente lì fuori disposta a condividere la complessità della scelta".
Cantautore, scrittore, padre: Vecchioni ha appena pubblicato per Einaudi "La vita che si ama. Storie di felicità", una biografia narrata in brevi racconti e accompagnata da un disco di nove canzoni destinate ai figli, in cui si respira qualcosa di antico.

  • Eppure, la letteratura spesso è più attratta dall'infelicità.

È difficile raccontare la felicità, almeno quanto è difficile narrare la vita, perché la felicità e la vita sono indistinguibili. Pensi al Paradiso di Dante: quanta felicità c'è là dentro? Il sublime dell'uomo, l'attimo in cui sente di essere vicino a Dio e che la sua vita ha un senso: è questa la felicità, il significare a se stessi che tutto quello che hai passato, anche se ti ha fatto male, ha una ragione d'essere.

  • Nel suo libro c'è la musica, la famiglia, l'insegnamento: non la politica. La felicità non ha niente a che vedere con la sfera pubblica?

Gli uomini non saranno mai contenti politicamente. Non esiste una società in cui tutti i suoi membri siano felici: una parte di disadattati e scontenti rimarrà sempre. Pur sapendolo, la politica per me è stata una grande illusione e una grande delusione. Da qualche anno, mi ha proprio disgustato. Non ne parlo mai volentieri. Rimango un uomo di sinistra, ma non trovo concrete affermazioni di queste idee nella realtà.

  • Trova che la sinistra si sia allontanata dal "popolo"?

È il popolo che è diventato populista. Non tutto il popolo, per fortuna. Ma, in gran parte, non riesco ad amarlo come lo amavo una volta. È un popolo senza idealismo, che è diventato una banderuola tremenda. Per qualche mese va dietro ad uno, poi va dietro a un altro. E non è solo colpa sua, certo: c'è la miseria, le difficoltà, il bisogno.

  • C'erano anche una volta, però.

Fino all'inizio degli anni settanta, il popolo aveva molte più ragioni per essere amato. Nutriva aspirazioni. Non faceva calcoli. Com'è oggi, non mi interessa più.

  • Cosa voterà al referendum?

Non voglio prendere posizione. Qualsiasi cosa dicessi, verrei insultato e additato. E nessuno avrebbe davvero voglia di ascoltare le mie ragioni, considerare la difficoltà che avverto. È una scelta difficile per me: ci sono impulsi che mi portano verso il no e altri che mi spingono verso il sì. Ma a pochi importa guardare le sfumature. I social network sono diventati un calderone di giudizi affrettati con i quali tutti sentenziano e mettono in discussione l'altro. Mai loro stessi.


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