Menu principale:
Politica e Cultura
A Roma ci sono 19.200 avvocati iscritti all'albo. Nell'intero Giappone, che ha 120 milioni di abitanti, ce ne sono pochi di più: 20.000. Che cosa c'è dietro questo dato? Probabilmente un paese con una legislazione complicata e a volte indecifrabile, che costringe i cit¬tadini a rivolgersi a un esperto per qualunque cosa di cui abbia bisogno. Ma chi abbia una mini¬ma esperienza di vita condomi¬niale, è portato a dare anche un'altra risposta: dietro questo dato c'è probabilmente un popo¬lo litigioso e astioso, incapace di dialogo e di mediazione, propen¬so a pensare di avere sempre e comunque ragione e soprattutto a imporla a ogni costo. Credo che i condomini siano lo specchio del paese: è lì che ogni abitante dovrebbe fare la prima esperienza di democrazia, se democrazia è partecipazione alle decisioni che riguardano la vita di tutti. Ma è proprio lì che, spesso, ognuno riesce a dare il peggio di sé. In base a una ricerca che il Censis ha fatto con l'Anaci (che è, appunto, l'associazione degli amministratori di condominio), solo nel 2% dei condomini si vive tranquilli, senza conflitti. E il 70% degli amministratori dichiara che questa litigiosità è aumentata fortemente negli ultimi anni. Il problema, comunque, non riguarda solo i condomini: la microconflittualità fra cittadini sommerge i Giudici di pace, quella fra cittadini e stato soffoca la Corte dei Conti, il Tar, le com¬missioni tributarie e quant'altro. Per non pensare alle famiglie che si disgregano a suon di ripicche e vendette, tra le mura domestiche o quelle dei tribunali che sia. Gli italiani sono forse brava gente, ma certo sembrano diven¬tare sempre meno capaci di dia¬logo e mediazione. Almeno nel privato, perché se sulle questioni che toccano la proprietà privata non cedono di un millimetro, sulla cosa pubblica usano il mas¬simo della tolleranza, anzi della cedevolezza, lasciando correre, perdonando, attuando dimenti¬canze strategiche. Anzi, guarda¬no con ammirazione chi conqui¬sta il potere, chi si arricchisce, in una parola chi riesce a ottenere quello che vuole, non importa come. Insomma, il principio è che ciò che conta non è tanto risolvere un problema, quanto farsi valere ottenendo il massimo vantaggio per sé. A costo di ricorrere allo stesso mezzo a cui ricorrono i bambini quando nel litigio con un compagno non hanno più armi dirette: «e io lo dico al mio papà!», sbottano. «E io vado dall'avvoca¬to!», minaccia l'italiano che non deve cedere mai, ma che non sa come affrontare il problema che ha davanti. Il fatto che, spesso, anche chi vince in realtà perde - nel senso che porta a casa risul¬tati minimi a fronte dello stress, del tempo perso e della parcella dell'avvocato - non conta. Il terzo settore, e in alcuni casi anche gli enti pubblici, da tempo hanno dato vita a centri e struttu¬re che in vari modi lavorano sulla mediazione del conflitto: famigliare, interculturale, scolastico eccetera. E questo rischia davve¬ro di diventare un ottimo mercato per privati intraprendenti. Ma sarebbe meglio riconoscere che insegnare ad affrontare il conflit¬to (e cioè insegnare a dialogare) è una emergenza educativa, senza la quale sarà sempre più infernale la vita privata e sempre più fragile quella pubblica (la democrazia, in fondo, comincia dalla ripartizione dei millesimi condominiali).
Paola Springhetti ("Segno" marzo 2007)