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Politica e Cultura
La toccante pellicola nelle sale il 30 marzo in 150 copie. L’attore Joseph Fiennes: «Ci siamo basati sulle rivelazioni del secondino James Gregory e sulle lettere del paladino della lotta all’apartheid»
Dopo l'Africa dei diamanti insanguinati e del dittatore Amin, arriva quella di Nelson Mandela. A ripercorrere le tappe della lunga prigionia del leader sudafricano in lotta dal 1948 al 1990 contro l'apartheid arriva Bille August con Il colore della libertà, il film che, in uscita in 150 copie il prossimo 30 marzo (distribuito e coprodotto dall'Istituto Luce) dopo la partecipazione dal Festival di Berlino, racconta la battaglia contro l'intolleranza razziale del governo con gli occhi del carceriere bianco addetto alla strettissima sorveglianza del nemico pubblico numero uno. Una storia vera di travaglio interiore e rinascita che pochissimi conoscevano. Il secondino afrikaner James Gregory conosceva infatti la lingua Xhosa, quella dei neri, e per questo venne trasferito nel 1968 nel carcere di Robben Island con l'incarico di spiare Mandela e altri attivisti. A contatto però con un uomo di tale carisma, il carceriere cominciò a scoprirne umanità e valori. Lo speciale rapporto che si creò tra i due fu causa di ostracismo e minacce, ma Gregory e la sua famiglia (la moglie è interpretata da Diane Kruger) tennero duro in attesa che i tempi finalmente cambiassero. «Il fulcro della storia - dice il regista, giunto ieri a Roma - è proprio la reazione che si innesca nel carceriere quando viene a contatto con una personalità così carismatica come Mandela. Un percorso interiore doloroso e sofferto che lo porterà però alla convinzione che gli esseri umani possono davvero cambiare, e con loro il mondo». Se il ruolo di Mandela è interpretato da Dennis Haysbert, star della serie tv 24, l'ufficiale bianco ha invece il volto smarrito di Joseph Fiennes, che così commenta il suo personaggio: «Per tutta la vita Gregory è stato vittima di un condizionamento. Ma, convinto di dover tener d'occhio il più pericoloso criminale sudafricano, inizia un percorso che nel corso di oltre 20 anni lo porta a rimettere in discussione tutte le certezze che fino ad allora gli erano state inculcate». Bille August ricorda poi commosso la liberazione di Mandela: «A colpirmi è stato soprattutto lo straordinario discorso fatto a Città del Capo. Nonostante i 27 anni di prigionia aveva ancora la forza di parlare di riconciliazione, perdono e necessità di unire il Paese. Lui non ha visto il film, è molto anziano e ha poco tempo. Ma gli abbiamo mandato un dvd e aspettiamo con ansia un suo giudizio». Per Fiennes è ora necessario che l'Occidente paghi il suo debito nei confronti del Terzo Mondo anche attraverso il cinema: «Tanti registi cominciano a interessarsi all'Africa, un'ottima occasione per assumerci le responsabilità a cui ci siamo troppo a lungo sottratti». Per la realizzazione del film è stata necessaria un'approfondita ricerca storica. Oltre alle memorie dello stesso Gregory, la produzione ha utilizzato anche i tanti carteggi di Mandela requisiti dal carceriere. «Nei mesi trascorsi in Sudafrica prima delle riprese - spiega il regista - ho consultato tutte le fonti a disposizione. Oltre a parlare con la moglie di Mandela ho interpellato numerose famiglie che hanno vissuto quegli anni drammatici». E per dare l'idea della grande forza interiore dell'uomo diventato la figura politica più toccante del mondo moderno, Fiennes rievoca un aneddoto: «A chi chiedeva a Nelson Mandela come fosse sopravvissuto alla lunga prigionia, lui replicava: sono rimasto recluso tanti anni finché non sono riuscito a liberare i miei stessi carcerieri».
Alessandra De Luca (Avvenire 23 marzo 2007)