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Città e Territorio
“Il silenzio impigliato dentro il caldo / e fascine di morti ancora tratti /a cogliere il momento della morte, / così leggeri mani e piedi d’ossa, / di canne, un soffio, a suscitarli in fuga / la custode che zoppa lo zerbino / di terra sotterranea, morta anch’essa / in quel calore di soffitta. / Gialla di carte azzurre e verdi, lisa / nel verderame degli scoli, vigna / di pianto agreste, la basilica”. E’ la basilica sotterranea di Gravina, interpretata, mezzo secolo fa, da un grande poeta, Alfonso Gatto, e da più di un millennio luogo sacro del culto micaelico. Culto arrivato qui dal Gargano, dopo che l’Arcangelo Michele apparve al vescovo di Siponto, San Lorenzo Maiorano. A Gravina, come a Monte Sant’Angelo, domani si festeggia il “comandante dell’esercito celeste contro gli angeli ribelli del diavolo”, con cerimonie religiose ed esibizione di bande, concerti di cantanti (domenica c’è Luisa Corna) ed esibizioni di artisti di strada. Tutte manifestazioni che rendono la città murgiana il posto giusto da scoprire questo fine settimana, per lo stupore che offre l’habitat rupestre, dove è inserita la grande basilica sotterranea cantata da Alfonso Gatto: un susseguirsi di case-grotte e di chiese-grotte, di santuari bizantini e di scenari suggestivi e fiabeschi, come c’è n’è pochi nel mondo di luoghi simili.
E’ veramente un bel vedere di questi tempi, Gravina, con il profumo di mosto che esala da antiche cantine del centro storico e che invoglia di andare alla scoperta del grande vino bianco di questa terra, che si chiama semplicemente Gravina. Come tutto il contesto di questa terra, anche il vino risale all’era federiciana. Si vuole che sia stato lo stesso Federico II, che in questa città era di casa nel suo castello di caccia che domina l’abitato, ad aver scelto le uve e le percentuali dell’uvaggio per la produzione di questo eccellente bianco. Ma la cantina Botromagno, produttore unico del Gravina, ha perfezionato anche il vino adatto per accompagnare uno dei magnifici piatti della tradizione pugliese, u calaridd. Si tratta del “5 uve rosse”, ottenuto da cinque uve tra tradizionali ed innovative per la Puglia, che permette di esaltare tutti i piatti della tradizione murgiana e in particolare quello che fa di Gravina il posto giusto, u calaridd, che prende il nome dal recipiente utilizzato per cucinare insieme agnello, cicorie, rape, finocchietto selvatico, cipolla e peperoncino. Una specialità pastorale antichissima, di cui si trova riscontro in alcuni passi della Bibbia e a Gravina viene preparata ancora secondo la millenaria ricetta codificata dai pastori che hanno popolato queste terre già a partire dal Neolitico. U calaridd oggi rappresenta il filo di collegamento delle civiltà che hanno abitato questa terra, sovrapponendo città a città, di cui la moderna Gravina oggi è la parte emersa. A questo punto potrebbe sarebbe proprio il caso di candidare u calaridd, come prodotto immateriale, ad essere inserito nell’elenco dei beni “patrimonio dell’umanità” tutelato dall’Unesco. U calaridd ne avrebbe pieno diritto, per il suo pedigrée storico ma anche per non fare disperdere manualità, profumi e sapori che risalgono ad epoche antichissime come il vino e il cibo. Con il contorno del fantastico unicum che è l’habitat rupestre, ma anche la città sotterranea fatta di cunicoli e cantine, di antichi acquedotti e di fiumi sotterranei, di cisterne e di vecchie cantine, a volte collegate l’una all’altra, tanto da sembrare un unico bothros con tante figurine sovrapposte. Ecco perché Gravina è la città “bella naturalmente”, per antonomasia.
Maria Pizzillo