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Manifestazioni
DOMENICA 27 APRILE 2008
Il Corteo Storico "Conte Giovanni di Montfort" con i quadri allegorici sui vizi capitali sfilerà per le vie della città:
Ore 17.00: Partenza del corteo dall'edificio scolastico "San Giovanni Bosco"
Ore 20.30: Ritorno del corteo all'edificio scolastico "San Giovanni Bosco"
Cerimoniale di chiusura con riconsegna delle chiavi al Sindaco della città da parte del Mastro di Fiera
Spettacolo finale "Lucifero racconta… i vizi capitali" con la partecipazione della compagnia teatrale "Colpi di scena"
PERCORSO
C.so Vittorio Emanuele, via San Sebastiano, via A. De Gasperi, p.zza Scacchi, c.so C. Musacchio, c.so G. Di Vittorio, via Martiri di via Fani, c.so A. Moro, via Garibaldi, p.zza Scacchi, c.so Vittorio Emanuele.
Nel Medioevo i vizi non erano considerati, come nel mondo greco, abiti contratti da cattive abitudini ma, figli del peccato di superbia di Lucifero e di Adamo, erano vissuti come tendenze annidate nell'anima, tentazioni che la portavano all'opposizione consapevole e dichiarata alla volontà di Dio. In altre parole a compiere i peccati: di pensiero, di parola, di azione, di omissione. Molti Padri e Dottori della Chiesa tentarono, per questo, di catalogare l'universo variopinto ed intrigante dei peccati. Impresa difficile perché erano tanti, e tutti uguali nella sostanza e diversi nell'apparenza. Impresa imposta dall'approfondimento etico e teologico, ma soprattutto indispensabile per motivi pratici: i monaci nella confessione e i predicatori nelle omelie erano disordinati nell'elencare i peccati, rendendo meno efficace la comunicazione. Bisognava individuare dei criteri di classificazione o, meglio, bisognava farseli suggerire dalle Sacre Scritture. Sette sono le richieste contenute nel Padre Nostro, sette i doni dello Spirito Santo, sette le virtù e le beatitudini, aveva scritto Ugo di San Vittore. Il sette diventò "la cifra dell'universo morale" quando San Gregorio Magno individuò i sette vizi detti capitali, perché origine di tutti gli altri. L'impianto impostato da Gregorio permetteva sia di legare i peccati fra loro, sia di stabilirne una gerarchia. San Tommaso giustificò e consolidò la scelta del sette tenendo conto che, a causa della sua natura decaduta, l'uomo tende ad alcuni beni e rifugge da alcuni mali. Tre i beni: la propria eccellenza da cui la superbia; i piaceri dei sensi da cui la gola e la lussuria; le ricchezze da cui l'avarizia. Due i mali: la diminuzione della propria eccellenza da cui l'invidia; la privazione della propria quiete e il dolore da cui l'accidia e l'ira. Le scelte iconografiche, che collegarono i vizi sia alle pene dell'inferno sia alle virtù corrispondenti, facilitarono la strada della divulgazione di questa visione ordinata: l'immagine simbolica dell'albero (fig.1), della fonte, di alcuni animali, della scala consentirono anche ai non addetti ai lavori di costruirsi una visione interiore ordinata, in cui tutto aveva senso perché parte di un universo armonico, coerente, finalizzato. La fatica per il superamento dei vizi e per la conquista della virtù ha senso perché è un viaggio verso la felicità, verso Dio. Non sarà un ritorno all'Eden come in tante religioni. Sarà di più. L'uomo del Medioevo sa che lo attende la CASA del Padre, un luogo in cui potrà fermarsi e in cui si sentirà a casa.
LA SUPERBIA
Vizio capitale per eccellenza, è rappresentata da una donna che si erge maestosa e pretende di dominare tutto e tutti. E' innamorata di se stessa e continua a guardarsi nello specchio. E' capostipite di numerose filiazioni che da lei nascono e di lei si nutrono: la vanagloria, l'intransigenza, il disprezzo degli altri, la presunzione, la vanità, l'ipocrisia.
LA LUSSURIA
Si chiamava "fortificazione" per quel suo stretto legame alle alcove delle meretrici. La rappresentazione mette in scena questo stadio iniziale della tormentata elaborazione medioevale di questo vizio. La donna nell'alcova è la destinataria degli appetiti lussuriosi del satiro, un po' uomo, un po' demone. Attende, mentre i cinque sensi le danzano intorno a ricordare che l'atto lussurioso è anche profumo, gusto, musica, visione. La donna angelicata che la precede evoca ciò che era e ciò che, nella visione binaria medioevale di vizi e virtù, le si contrappone: la castità.
L'INVIDIA
E' rappresentaTA dal serpente: è dominante, ma subdola, penetrante, strisciante. Spesso per raggiungere i suoi obiettivi fa ricorso alla diffamazione, moltiplica all'infinito la sua malevolenza. L'invidioso è come un cieco, brancolante e invischiato in questa condizione, incapace di trovare una via d'uscita.
LA GOLA
E' un vizio legato all'incapacità di gestire con misura il bisogno naturale di alimentarsi per tenere in vita il corpo, che Dio ha donato all'uomo come albergo del suo soffio: l'anima. La rappresentazione propone una delle forme in cui il vizio si manifesta, quella del "mangiare in quantità eccessive rispetto ai propri bisogni", ma mette anche in scena una delle filiazioni più tragiche: l'azzeramento della carità che dona, che è capace di solidarietà e la conseguente infelicità di chi assiste a questo spreco e ne rimane escluso.
L'AVARIZIA
E' la rappresentazione di quella che Sant'Agostino chiama "avarizia speciale" cioè l'avarizia intesa come desiderio smodato di possesso del denaro (e di conseguenza, di tutto ciò che il denaro rappresenta in termini di valore, le ricchezze, i beni utili). L'avaro insaziabile, triste, scontroso, è circondato dai suoi beni: il denaro, gelosamente conservato e reso infruttuoso, i gioielli, gli abiti.
L'ACCIDIA
La rappresentazione inquadra un momento importante della ricerca medioevale: la percezione dell'accidia che entra nei monasteri e diventa l'inquietudine vespertina che prende l'animo di chi è dedito alla contemplazione o comunque ad attività intellettuali. Il tempo si ferma, la preghiera non trova più parole per dialogare con Dio. la Parola delle Sacre Scritture tace. È l'esperienza del deserto dell'anima. L'unico rimedio sarebbe l'operosità. A terra gli attrezzi del lavoro manuale attendono.
L'IRA
È rappresentata nella sua forma più nota: quella della reazione ad un dolore intollerabile. Il greco Achille trascina con una biga a corpo del troiano Ettore, colpevole di aver ucciso in combattimento il suo amico più caro, Patroclo. In preda ai bollori dell'ira. Achille ha affrontato Ettore, ha vinto e continua a consumare così la sua vendetta.