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Con la scusa dell’omofobia

Politica e Cultura


Gli episodi di bullismo nelle scuole italiane continuano a moltiplicarsi: devastazioni di aule e scuole, prepotenze e violenze sui deboli e diversi, siano essi timidi e studiosi o immigrati. Se ne discute molto, sui giornali e in televisione, dove gli «esperti» sono convocati per trovare rimedi. Dal momento poi che ai ragazzini timidi o impacciati viene ripetuto come insulto che sono omosessuali - con pregiudizi ignobili che vogliono la mascolinità dimostrata e confermata solo dalla violenza - questi comportamenti vengono spesso classificati come «omofobici». Allora, per educare i teppisti che vessano i deboli con insulti del genere, si propone una educazione alla «diversità omosessuale». Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, per esempio, sono diffusi libretti per bambini in cui al tradizionale matrimonio fra il re e la principessa viene sostituito quello fra il re e un altro re, mentre il finale «e vissero felici e contenti» rimane inalterato. Ha così avuto molto successo la storia di due pinguini maschi che si amano e cominciano a covare una pietra come se fosse un uovo, suscitando la pietà del custode che la sostituisce con un uovo vero per la gioia finale dei pinguini. E l'idea che si possa eliminare la violenza contro i diversi spiegando che «diversi è bello» è stata applicata anche agli immigrati: sui giornali sono comparse storie di ragazzi rom che vincono dottorati per cancellare le cronache quotidiane ben più tristi e drammatiche. Ma è questa la strada giusta? Si elimineranno gli eccessi violenti spiegando che le vittime abituali delle prepotenze sono buone e simpatiche? E se poi i ragazzi incontrano un gay antipatico, o un rom che ruba loro il telefonino? Certo, abbattere i pregiudizi costituisce sempre un buon metodo educativo, ma qui il cuore del problema è un altro, e cioè insegnare ai ragazzi a non ricorrere alla violenza per sentirsi forti e apprezzati. Emerge così la tragica incapacità di educare i ragazzi dimostrata dalle famiglie e dalla scuola, che si rimandano a vicenda un problema che nessuno ha voglia di affrontare. Per educare bisogna infatti avere la forza di dire di no, anche se questo verrà accolto male. Bisogna dedicare energie e tempo ai ragazzi, e non considerare i figli e gli alunni come fonte di facili gratificazioni: certo, la mamma che dice sempre di sì, l'insegnante che da la sufficienza a tutti sono in apparenza apprezzati dai ragazzi, ma ottengono solo un gradimento superficiale e momentaneo. Poi sono subito dimenticati, mentre nel ricordo di ognuno di noi rimane viva l'immagine dell'insegnante severo che ci ha aiutati a crescere, che ci ha insegnato a fare degli sforzi per superare i nostri limiti, che ci ha obbligati a dare il meglio di noi. I ragazzi violenti e incapaci di impegnarsi sono frutto di una società che non investe più nell'educazione: a cominciare dai genitori, che considerano i figli solo una gratificazione e non hanno alcuna voglia di impegnarsi a educarli, magari suscitando le loro prevedibili proteste e si difendono dicendo che tanto fanno tutti così, che non sono solo loro - sino ad arrivare alla scuola. Gli edifici scolastici sono spesso degradati e malridotti (anche quelli dei centri cittadini) e non incutono rispetto negli studenti, e così gli insegnanti, stanchi e demotivati, che spesso arrivano in ritardo e fanno poco, dicendo che non è più possibile insegnare. Gli adulti hanno gettato la spugna e non si assumono le responsabilità che loro spetterebbero. Ma allora è inutile cercare di salvarsi chiamando l'inciviltà «emofobia» e raccontando come sono buoni e belli i «diversi»: basterebbe insegnare ai ragazzi a rispettare la dignità umana di ciascuno, senza eccezioni. Si tratta insomma non di raccontare più storielle, ma di insegnare: proprio quello che non sappiamo più fare.


Lucetta Scaraffia, Messaggero di Sant’Antonio, Gennaio 2008

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