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Politica e Cultura
Reagire per uscire dal dramma.
La storia del cinquantaduenne di Gravina in Puglia che si è impiccato perché rimasto disoccupato, e le altre storie come la sua, meritano il rispetto che si deve alla morte. E alla tormentata scelta di arrivarci volontariamente.
Come tutti i dolori, anche questo va maneggiato con cura. Ma questa morte deve lasciare un insegnamento per far sì che dal seme della disperazione germogli la voglia di futuro, quel sentiero talvolta sottilissimo che permette di andare oltre lo smarrimento. E che fa ripartire.
Ecco perché scriviamo di morte e di suicidi legati alla crisi economica. Le cronache ci dicono che quell' uomo prima di impiccarsi all'albero del suo podere aveva cercato un altro lavoro. Gli è andata male. Nessuna resurrezione dalla difficoltà. Si è umiliato, disperato, impiccato. Ed è proprio con quel finale che il suo dramma è diventato più grande. Ha rotto l'argine della solitudine ed ha coinvolto la famiglia, la società. Egli non ha chiuso - per sempre - solo il suo orizzonte. Quella è stata - lo ripetiamo con rispetto assoluto - una scelta individuale. Altre vite erano legate a quella che è finita, altre storie simili restano alla ricerca di modelli diversi per dare risposte allo stesso bisogno.
Per questo l'appello forte a non arrendersi. Che ne sarà della famiglia? Quale morale può trarre l'intera comunità da questo epilogo? Risposte non facili seguono le domande appena formulate. E' vero che, in un Paese normale, figli che hanno superato i venti anni - e che non hanno scelto studi particolarmente impegnativi - dovrebbero essere già messi nelle condizioni di lavorare senza più dipendere dalla tasca dei genitori. E' altrettanto giusto riflettere sugli strumenti che ogni società industrializzata - come la nostra - dovrebbe avere per fronteggiare senza il pericolo di derive i periodi di crisi economica, perfino prevedibili. Ma il "paese normale", almeno dalle nostre parti, quasi mai più coincide con il "paese reale". La crisi impone soluzioni che non si trovano, risposte che non arrivano e - se arrivano - appaiono subito inadeguate. Meglio cominciare a far molto da sé. Iniziando dal non arrendersi. Lo si deve a se stessi innanzitutto, alle persone che compongono la propria famiglia - che di fronte ad un gesto estremo possono solo aggiungere dolore a difficoltà che però restano irrisolte (chi provvederà a loro?) - e anche alla comunità della quale si è parte, offrendo testimonianza di tenacia, non di resa. La deriva di fallimenti personali che si declinano in tragedie collettive, mai come in questo momento è davanti alla porta d'ingresso di tantissime case. A questa deriva non si deve spalancare l'ingresso. Non serve offrire il benvenuto a debolezze che poi diventano dramma plurale. Occorre restare lucidi. Ripartire. Prima da soli. Poi facendo in modo che qualcuno si accorga di un uomo che cammina ancora.
Carmine Festa
"Corriere della Sera" 20 marzo 2009