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Politica e Cultura
Karol Wojtyla diventa beato il Primo maggio. La data, si sa, è abbondantemente prenotata dalla Festa del lavoro, alla quale dal1955 anche i cattolici partecipano a pieno titolo. Esproprio in debito, ssovrapposizione forzata? Voci ecclesiastiche si sono prodigate nello spiegare che il primo giorno di maggio è stato scelto perché connesso, quest'anno, con la festa della Divina Misericordia, cara al papa polacco. Ma la preoccupazione di non mischiare il religioso col profano rischia di lasciare in ombra un aspetto significativo. Si tratta di questo: Giovanni Paolo II è stato, finora, l'unico successore di Pietro che abbia vissuto in prima persona la condizione operaia. Operaio alla Solvay: un tassello biografico che può averne influenzato atteggiamento e pensiero. Perché non approfittare della coincidenza di date per capire il posto del lavoro umano nella visione di un pontefice immerso nella storia del suo tempo? E perché non presumere che anche per questa via egli si sia inoltrato verso la pienezza della santità?
La figura di questo pontefice è stata davvero poliedrica. Tutto è stato detto sul ruolo profetico che svolse nel sostegno alla lotta di emancipazione del popolo polacco dalla dominazione comunista. Nulla c'è da aggiungere a quanto si conosce sull'energia con cui prese a cuore, in tutto il mondo, la causa della dignità dell'uomo e l'impegno per umanizzare la vita. La sua denuncia delle "strutture di peccato" e l'affermazione dell'interdipendenza planetaria restano motivazioni profonde dell'impegno dei cristiani per la giustizia nel mondo. E che dire dell'epifania di pace che si compendia nella preghiera comune del 1986 tra le fedi nella città di Francesco? Il tutto ricapitolato nel vissuto di una spiritualità diffusiva, in cui la contemplazione emulava l'azione, fino al mistero doloroso degli ultimi giorni, nell'accettazione della sofferenza verso l'esito finale.
Ma la rappresentazione di Karol Wojtyla sarebbe incompleta, se si trascurasse l'impronta del suo "turno" di lavoro " in una cava e in una fabbrica". "Quella esperienza di vita lavorativa, con i suoi aspetti positivi e i suoi disagi - ebbe a dire egli stesso - ha segnato profondamente la mia esistenza". E ha anche, si può aggiungere, influenzato il suo magistero. Alcuni passi dell'enciclica Laborem exercens del 1981 si comprendono solo dal punto di vista di chi ha provato, dal vivo e dal vero, la fatica del lavoro e, con essa, la percezione empirica dell'alienazione e dello sfruttamento, e l'esperienza collettiva, condivisa con tanti compagni, fatta di misere razioni di cibo, dell'insidia degli infortuni, dell'incubazione della protesta. Ciò produceva un elevato indice di identificazione tra i lavoratori cristiani e un papa che, in fondo, era... del mestiere.
Molte cose sono mutate dal 1981, soprattutto nel mondo del lavoro: all'inizio del nuovo millennio il ruolo trainante della classe operaia è in oggettivo declino, mentre gli orientamenti politici sono sempre più monopolio della logica mercantile. Ma non è ozioso sottolineare la sintonia di papa Woityla con le istanze di giustizia presenti nella società. Da credenti, dobbiamo essere certi che la sua beatificazione è legata anche a questo segmento della sua vita terrena, pure se meno considerato o celebrato. Perciò è giusto farne memoria, all'interno della sintesi di santità che il popolo di Dio ha reclamato con forza per questo testimone del Vangelo. Ed è bello sapere che pregando con le Sue parole - "II lavoro è per l'uomo, non l'uomo per il lavoro" - in fondo ci si rivolge a Uno che... conosce la materia.
Domenico Rosati, IC aprile 2011